Mercoledì, 19 Settembre 2018

S'andada de is sordaus grogus. Chissà quanti oristanesi in passato hanno mandato a "quel paese" qualche loro conoscente in questo modo. Tradotto letteralmente dal sardo significa: l'andata dei soldati gialli. Ma da cosa trae origine? Chi sono questi soldati?

di Alberto Medda Costella

Siamo nella prima metà del seicento. L'episodio si inserisce in piena guerra dei Trent'anni (1618-1648), un conflitto iniziato come guerra di religione tra protestanti e cattolici e che poi ha coinvolto buona parte delle potenze europee. L'innesco fu la defenestrazione di Praga, un fatto singolare che, dai tempi della scuola, rimane certamente l'episodio più facile da ricordare.

Siamo nel 1637 e la Sardegna fa parte dei possedimenti spagnoli di Filippo IV. È un giorno di carnevale quando all'orizzonte del golfo di Oristano appare una flotta di 47 galeoni francesi. Erano accorsi in aiuto del duca di Parma, attaccato dagli spagnoli, ma nel frattempo i territori occupati erano già stati restituiti per ragioni diplomatiche.

Giunte a ridosso delle coste italiane, le navi francesi decidono di ripiegare sulla Sardegna, senza aver avuto alcuna autorizzazione da parte del loro re. Il Carta Raspi dice che i francesi volevano tenere in ostaggio l'intera isola fino a che gli spagnoli non avessero restituito le isole di Lérins, davanti alle coste di Cannes (Milano 1971). Lo storico Giovanni Murgia afferma che storiograficamente è ormai assodato che lo sbarco sul nostro territorio non era stato dettato da ragioni militari, ma da “l'approvvigionamento di vettovaglie e acqua” (Oristano 2005).

Sta di fatto che un cannoneggiamento alla torre costiera di Torregrande mette in fuga le due persone di vedetta, che corrono in città per dare l'allarme. Il resto della truppa di presidio si trova all'interno delle mura per godersi i festeggiamenti carnevaleschi della Sartiglia.

Oristano viene così abbandonata in fretta e furia e il colonnello Nieddu raduna la sua cavalleria sul colle della basilica di Santa Giusta in attesa di rinforzi. Dopo aver saccheggiato la peschiera di Cabras, i soldati ugonotti (protestanti) dai larghi pantaloni gialli, is sordaus grogus, entrano in città guidati da Enrico di Lorena conte d'Harcourt da Henri d'Escoubleau de Sourdis, arcivescovo di Bordeaux, in un numero che secondo le fonti oscilla tra i 5.000 e i 10.000. Non incontrano alcuna resistenza, se non quella di qualcuno rimasto lì ancora ebbro di vernaccia.

Le case signorili, le chiese, i conventi e soprattutto la cattedrale di Santa Maria, vengono saccheggiati. Nemmeno il crocefisso di Nicodemo viene risparmiato. Gli stessi soldati francesi non tardano a trasformarsi da composto esercito ad armata di ubriaconi, data appunto la presenza dei barili di vino fatti arrivare in città per i festeggiamenti. A riferirlo è l’ufficiale sardo Diego Masones, il quale, travestitosi da ugonotto, riesce a penetrare all'interno delle mura. Dà così l'ordine alla cavalleria di proseguire nei giri intorno al poggio della basilica già iniziati per dare l'idea della presenza di un poderoso esercito pronto al combattimento, sa beffa de is sordaus grogus appunto.

Dopo giorni di trattative inconcludenti, per mezzo del messaggero Sisinnio Ponti, i francesi decisero di abbandonare Oristano. Il Carta Raspi sostiene che al Ponti "venne richiesta la consegna pacifica della città, che sarebbe stata occupata fino alla restituzione delle isole di Lérins alla Francia. Venne così accordata una tregua, poi prorogata e violata: vi era infatti da sospettare, da parte francese, che la dilazione dovesse servire a far affluire verso la città le truppe necessarie a difenderla". Non sappiamo se questo sia dovuto al timore della forza sardo-spagnola apparente o se per altro motivo, fatto sta che dopo aver depredato l'ultima casa lasciarono la città carichi di bottino, riprendendo la strada verso la costa.

A questo punto i miliziani sardo-spagnoli, guidati dal governatore di Cagliari e tenente generale dei due Capi, Diego de Aragall, danno inizio alla controffensiva. Nieddu, Masones e le truppe giunte dal Capo di Sotto partono dal colle della basilica e con uno scatto fulmineo a ventaglio riescono a sferrare, vicino al Tirso, un micidiale attacco. La ritirata francese si trasforma in una rovinosa fuga, tanto che lo stesso conte d'Harcourt viene ferito e l'arcivescovo di Bordeaux costretto ad abbandonare il campo.

Nel frattempo arrivano i rinforzi anche da nord, ad incalzare i distaccamenti francesi fermi a Cabras. Altri ancora dal Guilcer chiudono la morsa, mentre i lancioni degli ugonotti, che risalivano il fiume armati di bocche da fuoco, sono falcidiati dalle scariche dei fucilieri del Masones nascosti nei canneti.

Non abbiamo cifre esatte sui morti, ma gli ugonotti lasciarono ai vincitori 36 prigionieri, bagagli, armi e una parte del bottino razziato a Oristano, oltre a otto vessilli, quattro dei quali sono esposti nella cattedrale di Santa Maria.stendardi conte dharcourt cattedrale oristano sa beffa sordaus grogus

Fino a non molti anni fa, ogni 26 febbraio, la popolazione commemorava questo episodio con una processione all'interno del duomo, dove l’arcivescovo con i suoi canonici intonava il solenne Te Deum di ringraziamento per la disgrazia sventata.

Negli anni successivi all’episodio glorioso del 1637, vennero dal governo di Madrid riconoscimenti concreti al territorio oristanese che, per essere ripopolato dopo l'esodo dalle campagne a seguito delle distruzioni subite, usufruì di sostegni economici per la ricostruzione e di varie franchigie.

Oggi, a distanza di vari secoli, questa pagina di storia viene ricordata anche per l'affiancamento di sardi e spagnoli in una lotta comune, a dimostrazione di un'avvenuta integrazione al Regno. Unione che dovrebbe far riflettere su quanto le istituzioni statuali che appartengono a un territorio, nonostante i legami culturali, non sono eterne, ieri come oggi.

Nel 1990 un gruppo di intraprendenti santagiustesi ha messo in scena una rievocazione storica in chiave goliardica de Sa beffa, nome che peraltro identifica ancora il carnevale locale.

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