Mercoledì, 19 Dicembre 2018

 

C’era una volta Santu Eru de Simmakis... Questo il titolo dell’evento organizzato dall’Unione della Bassa Valle del Tirso e del Grighine in occasione della festa della Beata Vergine Maria nel piccolo borgo di San Vero Congius, tradizionalmente conosciuta come Sa Bisita, termine sardo con cui si indica la Visitazione di Maria a Santa Elisabetta...

di Rita Valentina Erdas

Nel sito in cui sorgeva l’antico villaggio abbandonato di San Vero Congius, è stata allestita una mostra di fotografie storiche sulle chiese di San Teodoro e San Nicola di Mira, mentre gli archeologi e le guide turistiche del progetto Paesaggi della Bassa Valle del Tirso e del Grighine hanno guidato i visitatori alla scoperta del villaggio abbandonato e delle sue chiese.

C’era una volta Santu Eru de Simmakis… Pochi conoscono la storia millenaria di questo villaggio che si è conclusa nel 1924 con l’abbandono definitivo e il trasferimento degli abitanti nel nuovo insediamento, posto a breve distanza, a cui venne dato lo stesso nome dell’antico villaggio.

Le vicende storiche del villaggio di San Vero Congius, che si sviluppano nell’arco di quattro millenni, affondano le loro radici nel XVI secolo a.C. nel periodo cronologico definito come Bronzo Medio, ma non si esclude che questo fosse già frequentato in epoca neolitica a cui potrebbe riferirsi lo strumento in ossidiana ritrovato nell’area.

Nella successiva Età del Ferro, l’insediamento si mantenne vivo in funzione della suasan teodoro san vero congius web3 vicinanza al Tirso, via fluviale da cui transitavano le risorse agricole e zootecniche prodotte nel Campidano di Simaxis, nel Barigadu e nel Guilcer dirette verso la città fenicia di Othoca, fondata intorno alla metà dell’VIII sec. a.C. Il ritrovamento di ceramica fenicia fa supporre che una comunità indigena avesse rapporti con i Fenici di Othoca. Nella successiva età punica l’insediamento faceva parte del territorio della città lagunare, come testimonia il ritrovamento di reperti risalenti a quest’epoca.

In epoca romana il centro assume una sua ben distinta fisionomia lungo la via che congiungeva Othoca alle Aquae Hypsitane (l’attuale Fordongianus). A questo periodo potrebbe risalire l’appellativo Congius, termine che indicava una misura di capacità.

Dell’antico insediamento romano sono stati individuati in alcuni lacerti di muratura in opus incertum insieme a materiale archeologico risalenti ad un periodo che va dal periodo tardo-repubblicano al primo impero, fino al tardo impero. Non è certa la localizzazione della necropoli romana, ma ad essa si potrebbe attribuire un cippo a botte, utilizzato come segnacolo per una sepoltura ad incinerazione, la cui iscrizione cita un certo Silvanus.

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La cristianizzazione del centro abitato dovette avvenire in concomitanza con il diffondersi, in epoca vandalica, del culto di santa Gusta e di san Lussorio.

L’insediamento continua ad essere frequentato in epoca bizantina e a quest’epoca risale la chiesa di San Teodoro costruita tra il VII e il VI sec. da cui deriva il toponimo San Vero: in lingua sarda campidanese San Teodoro è divenuto prima Santu Taderu, poi Santu Eru ed infine San Vero.

In periodo giudicale, San Vero Congius faceva parte della curatoria del Campidano di Simaxis, come ci testimoniano il documento datato 1203 facente parte del Condaghe di Santa Maria di Bonarcado in cui viene citato un certo Gunnari de Zuri di Sanctu Eru de Simmakis, e la Pace del 1388 in cui si fa menzione di due jurados e di un majore de villa de Sanctu Haeru. Da queste fonti si evince che in epoca giudicale l’insediamento avesse il ruolo di villa anche se piccola, rispetto agli altri centri vicini.

La villa di Santu Eru aveva una parrocchiale dedicata a San Nicola di Mira di cui oggi ridotta allo stato di rudere.

Il Fara nel 1580, citando le circoscrizioni delle diocesi sarde, parla dell’oppidum S. Hieri mentre ci dice che è scomparso l’oppidum Congii. Nel 1698 entra a far parte del Campidano di Simaxis e nel XVIII secolo entra a far parte dei territori del Marchesato di Arcais.

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Nell’Ottocento il padre Vittorio Angius ci descrive un centro abitato in decadenza e ne attribuisce le cause all’aria insalubre dovuta dalle frequenti inondazioni del Tirso, per cui ne consigliava il trasferimento in una zona vicina e più elevata.

Dai registri delle delibere consiliari e di Giunta risalenti alla fine dell’Ottocento e i primi del Novecento si evince che San Vero Congius costituiva un comune a sé, prima di divenire frazione del Comune di Simaxis. Di esso si conservano le mappe catastali che mostrano la disposizione urbanistica del centro abitato e del territorio di sua pertinenza.

Nel 1924, in seguito alla costruzione della diga di Santa Chiara che avrebbe dato vita al lago Omodeo, si decise di costruire un nuovo villaggio e trasferire la nuova popolazione in un pianoro distante un chilometro più a oriente lungo la statale 388, in quanto si riteneva possibile il rischio di una sommersione in seguito al rilascio delle acque della diga.

Termina così la storia del villaggio di Santu Eru de Simmakis, iniziata quattromila anni fa e terminata nella prima metà del XX secolo. Di esso oggi ci rimangono poche tracce occultate dalla vegetazione e il ricordo dei più anziani.

La chiesa di San Teodoro.

La chiesa di San Teodoro, di epoca bizantina, risale al VI-VII secolo. L’intitolazione a San Teodoro è stata fatta per accostamento al nome dell’abitato, anche se non si può escludere che abbia avuto un’altra intitolazione, a San Salvatore, dato che gli abitanti di san Vero conoscono la zona come Su cuccuru de Santu Srabadori.

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La chiesa si presenta con un corpo a croce greca, con volte a botte su cui si imposta una cupola conoide che emerge da un tamburo quadrato. L’ingresso originario doveva trovarsi nel braccio di ponente.

Le murature, oggi pesantemente occultate da uno strato di intonaco realizzato durante i lavori di restauro della fine degli anni Novanta, erano originariamente in blocchi di arenaria ben squadrati, posto in opera in opus quadratum. Alcune parto sono, invece, in opus incertum e in opus latericium, probabilmente il risultato di interventi di restauro precedenti ai moderni. Tracce di intonaco con strati di pittura rossa, rinvenuti durante gli ultimi restauri, fanno supporre che la chiesa presentava delle decorazioni pittoriche. Il pavimento era in origine in cocciopesto.

Fino a pochi anni fa la chiesa si trovava in uno stato di completo abbandono e utilizzato come ricovero per il bestiame, tuttavia si conservava ancora integro nelle sue forme. Negli anni Sessanta e alla fine degli anni Novanta, fu interessata da interventi di restauro che si concentrarono prevalentemente sul consolidamento della struttura e le pareti interne ed esterne furono intonacate, snaturandolo e facendogli perdere il suo aspetto caratteristico originario.

La chiesa di san Nicola di Mira.

Era la parrocchiale dell’abitato di San Vero Congius. L’impianto originario in stile romanico, risalente alla fine del XII-inizi del XIII secolo, rimane un tratto di muratura della fiancata settentrionale. Realizzato in conci di arenaria, trachite rossa e verde e basalto, che gli conferiscono una particolare cromia, fanno ipotizzare che sia opera delle stesse maestranze che operarono nella vicina chiesa di San Giovanni a Zerfaliu.

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Per esigenze di culto fu ampliata in stile gotico-catalano: furono realizzate altre due navate e l’abside. Nel XVI-XVII secolo subì altri interventi e fu arricchita con decorazioni in stile barocco di cui rimane traccia in una delle nicchie poste ai lati del presbiterio.

L’edificio oggi si presenta in stato di completo abbandono e ridotto ad un rudere. La facciata è ormai scomparsa del tutto, così come la copertura e le arcate che delimitavano le navate, di cui abbiamo testimonianza dalle foto storiche degli anni Cinquanta.

La chiesa era affiancata da una torre campanaria alla cui base si apriva un arco a sesto acuto che trova analogie con la chiesa parrocchiale di Zerfaliu dedicata alla Trasfigurazione. Il campanile venne demolito per pericolo di crollo in seguito ai danni causati da un fulmine.

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