Lunedì, 19 Novembre 2018

 

Le autorità hanno inaugurato la nuova stazione ferroviaria di Sant'Anna elegantemente rifinita, sul piazzale della quale mons. Fraghì ha impartito la benedizione anche alle nuove automotrici Diesel Idraulica ALn 773, con servizio di prima e seconda classe, che saranno adibite sul percorso Olbia-Cagliari e che erano parcheggiate in un binario della nuova stazione.

di Alberto Medda Costella

Queste parole sono uno stralcio di un articolo pubblicato nel mensile Sardegna Agricoltura nel 1958. Siamo in primavera e, dopo aver pianificato espropri e trasformato diversi comprensori, l'ETFAS, l'ente incaricato di attuare il progetto di riforma fondiaria nell'isola fin dal 1951 ed editore dello stesso giornale, si appresta a inaugurare una serie di manufatti e di centri colonici realizzati appositamente per i coloni della Democrazia Cristiana.

Tra le opere, anche la stazione dei treni della borgata di Sant'Anna, in comune di Marrubiu, che insieme ad altri scali ferroviari doveva servire al trasporto passeggeri e in particolar modo come naturale terminal di una filiera che oltre alla coltivazione in loco delle derrate agricole prevedeva la loro immissione nei mercati nel più breve tempo possibile.

Nella stessa giornata di quel '58 si poneva anche la prima pietra della borgata di Masongiu (Sant'Anna). I nomi delle autorità presenti si sprecano. Dal ministro dell'agricoltura Emilio Colombo al già citato vescovo della arcidiocesi mons. Sebastiano Fraghì, dall'ex presidente del consiglio Antonio Segni - che qualche anno dopo sarebbe salito al Quirinale come presidente della Repubblica - al sottosegretario ai trasporti e parlamentare nuorese Salvatore Mannironi. Nell'articolo del giornale c'è spazio pure per il discorso del sindaco "socialcomunista" (così viene indicato) di Marrubiu, che plaude agli impegni del governo. C'è ottimismo e fiducia nel futuro. Sant'Anna e la sua stazione rappresentano un'epoca di sviluppo e di speranza per il territorio dell'Oristanese, che spera dopo la bonifica di Arborea operata nel ventennio fascista di mettere in produzione anche le terre alle pendici del Monte Arci.

Chissà cosa sarebbe oggi la Sardegna se si fosse proseguito col dare impulso a una politica agricola, più sostenibile e in armonia con le risorse del territorio, e non si fosse dato seguito ai due scellerati piani di Rinascita, che dovevano portare nuovo lavoro e modernizzazione nell'isola con l'arrivo dell'industria pesante, ma che lasciarono inquinamento, tumori, ricatti occupazionali o siti da bonificare, disoccupazione e scollamento sociale.

Il boom delle industrie del Nord Italia di lì a poco avrebbe svuotato le campagne sarde. Per la prima volta nella storia migliaia di persone lasciarono la Sardegna e l'isola fu costretta a confrontarsi con un fenomeno che fino ad allora l'aveva interessata solo marginalmente: l'emigrazione. Da sempre era stata invece considerata, anche dai governi italiani del tempo, terra da valorizzare e la stessa ETFAS si occupò del reinserimento e ricollocamento nei suoi comprensori dei numerosi profughi italiani espulsi dalla Tunisia negli anni '60 del secolo scorso.

La stazione di Sant'Anna è chiusa dal 2008. In Sardegna si prosegue con trionfali inaugurazioni di treni superveloci (comprati dieci anni prima) e che viaggiano ad una velocità ridotta, mentre nel frattempo si sopprimono corse e si prosegue con la chiusura di altre stazioni. Il tutto nel silenzio più totale dell'autorità regionale, che anzi ha ben pensato di far lievitare i prezzi degli abbonamenti per i pendolari.

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