Martedì, 19 Giugno 2018

 

Ardito, legionario fiumano, squadrista della prima ora e bonificatore. La particolarità di questo avventuriero lombardo di origine ungherese - citato come personaggio storico da Antonio Pennacchi nel romanzo "Canale Mussolini" - era certamente l'essere un fervente fascista oltreché ebreo

Di Alberto Medda Costella

È la terza volta che torno a occuparmi di Camillo Hindart Barany: ardito, legionario fiumano, squadrista della prima ora e bonificatore. La particolarità di questo avventuriero lombardo di origine ungherese - citato come personaggio storico da Antonio Pennacchi nel romanzo "Canale Mussolini" - era certamente l'essere un fervente fascista oltreché ebreo.

Valutato il caso con gli occhi di oggi, si potrebbe pensare quasi a un ossimoro, ma per gran parte del ventennio le due cose non erano assolutamente inconciliabili, anzi, gli italiani di religione ebraica in proporzione ai cattolici avevano aderito con più convinzione al Partito Nazionale Fascista. Poi arrivarono le leggi razziali e tutto ciò che ne conseguì facendoci cambiare completamente la prospettiva. Il nostro Barany sacrificò perfino la propria esistenza per la causa, immolandosi per l'Etiopia e per l'Impero. «Assurto fra gli eroi il 12 febbraio 1936 XIV, all'Amba Aradam», almeno così stava scritto nella stele commissionata allo scultore Federico Papi, inaugurata in tempo utile nel marzo 1938. Il cippo porta oggi i segni evidenti dell'epurazione democratica, monco di insegne littorie e dei passaggi più compromettenti di una vita corsa a cento all'ora. Ora si trova in completo stato di abbandono nella pineta omonima lungo la strada rettifilo di Arborea.

Ma perché tornare a parlarne? L'archivio storico della Società Bonifiche Sarde, l'Azienda per il quale lavorò come agronomo dall'agosto 1930 al settembre 1934, ha rivelato nuove carte che ci permettono di capire le motivazioni per il quale Barany fu costretto a lasciare la Sardegna e cercare una nuova sistemazione. A Littoria/Latina per la precisione. Basta scorrere la sua biografia celebrativa per capire che la terra non era il suo unico interesse. A Mussolinia fa parte del Direttorio del Fascio, Centurione della Milizia, guida i fasci giovanili. Elsa Boselli, colona giunta dalla provincia di Mantova, lo ricordava molto bene in quanto fattore a cui faceva riferimento la sua famiglia. Barany aveva preso possesso della casa riservata all'agente agrario nella borgata di Linnas, il più meridionale di tutti i centri colonici della bonifica. Dalle fonti dell'epoca sapevamo che lasciò la Sardegna per lo stato precario di salute delle figlie, ma le carte d'archivio, quella al momento consultate, ci parlano di parecchie incomprensioni tra l'agronomo nato a Paullo e i tecnici della SBS.

Che il Barany non fosse un tipo proprio semplice da gestire lo si può intuire dai suoi trascorsi vissuti ai limiti della spericolatezza e dell'avventura. È lui stesso a lamentarsi del trattamento ricevuto dal capo servizio agrario Corrado Salvemini, nonostante i motivi «serissimi» della sua permanenza in terra sarda. Si intuisce uno status di privilegio particolare per un fedelissimo della rivoluzione, che anche se nella vita lavorativa è più basso in grado rispetto ai suoi superiori, in quella politica ne è al di sopra. Siamo nel gennaio '34 e Barany ha già rinunciato a una carica per evitare ulteriori problemi e chiede pertanto di potersi recare a Roma per poter conferire con chi di dovere. «Si ricordi che chi ha saputo anche morire, non saprà mai mentire!», così conclude la lettera a garanzia dell'eventuale abbandono di Mussolinia qualora il Salvemini dovesse sentire la sua presenza di troppo.

I rimproveri di lì in avanti saranno costanti nei suoi confronti. Salvemini si lamenta di come gestisce i filari di eucalipto, di ritardi nei lavori di zappatura e di sarchiatura del frumento e tante altre inadempienze. Scrive al direttore Tommaso Fiorelli per informarlo che il Barany non accetta richiami e che risponde ad essi in modo insolente e irriguardoso nonostante gli sia superiore nella gerarchia aziendale, e che «garbi o non garbi certe verità [...] si hanno da dire e da ascoltare». Ma quali paiono essere i motivi di queste mancanze? La spiegazione è presto data in una lettera successiva, 4 giugno 1934: «in questo periodo di grandi manovre, mentre urge l'organizzazione, lo spostamento e l'esecuzione della mietitura e della falciatura [...] i tecnici devono marciare nelle proprie zone e non nelle strade dell'abitato», insomma come a voler ribadire che a Mussolinia non è ora di imbracciare il moschetto, ma la vanga. Il Barany continuerà a "fregarsene" fino a quando non deciderà di rassegnare le dimissioni nell'agosto di quello stesso anno.

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