Sabato, 16 Maggio 2026

Omelìa: dal greco omilia (riunione, conversazione), nella liturgia cattolica è, in buona sostanza, l'esposizione e il commento del vangelo della messa del giorno, ma anche alle altre letture, fatta dal presidente, come parte integrante della liturgia della Parola; è obbligatoria la domenica e nelle feste di precetto...

di Tonino Zedda

Al di là delle battute spesso acide e irriverenti di alcuni fedeli che si basano non tanto sul contenuto ma sulla lunghezza, l’omelia è senza dubbio, assieme alla frettolosa proclamazione delle letture bibliche, uno dei punti più fragili delle nostre liturgie. Eppure è in essa che si compendia, ormai, la parte maggiore dell’esercizio del ministero della parola. Per moltissimi cristiani, anzi, è l’unico punto d’incontro con la Scrittura. La sua importanza nella vita della Chiesa è dunque indiscutibile. Ne sono conferma le quasicentomila omelie domenicali e festive che ogni settimana, e per almeno 50 domeniche all’anno, vengono ascoltate da milioni di fedeli. Altrettanto indiscutibile, però, è la difficoltà di presentarla correttamente perché, come aveva scritto il card. Martini, è un modo sui generis difficile, forse il più difficile, con cui la Chiesa interagisce con la Scrittura”. Se l’omelia non funziona, la luce della Parola non arriva, e la casa resta al buio. Già nel lontano 1971 i vescovi affermavano che l’omelia non risponde adeguatamente al suo scopo, non sarà inutile farne oggetto di una nuova riflessione. Ci domandiamo, come possiamo far sì che l’omelia diventi davvero ciò che è: un efficace canale di evangelizzazione. Se è vero che la comunicazione è per la società il terreno su cui si gioca ogni possibilità d’incontro tra gli uomini, per la Chiesa non può esserlo di meno. E’ dunque inevitabile ripensare alle varie forme di comunicazione ecclesiale. E ciò vale soprattutto per l’omelia che, tra di esse, occupa un posto eminente e perciò assai prezioso. Iniziamo con alcune sottolineature su cosa non dovrebbe essere un'omelia. L’omelia non è quello che di solito… siamo costretti a sentire. Ma poiché anche attraverso le antitesi può chiarirsi una tesi, ecco una serie di opposti per una corretta riflessione sull’omelia. 1. Non dovrebbe mai essere una dissertazione di ordine sociopolitico o culturale. Chi parla deve certo avere la Bibbia in mano e il giornale in tasca; ma i tempi e i luoghi per l’educazione alla vita socio-politica sono altri. 2.

Non è un manifesto per pubblicizzare soluzioni politico-amministrative, non è un comizio.
Scriveva Basilio di Cesarea: Nell’edificare la comunità cristiana i presbiteri non si mettono mai al servizio di un’ideologia o umana fazione. È il vissuto che va illuminato da ciò che si celebra, non viceversa. Non è tollerabile che qualcuno si faccia più sapiente della Scrittura introducendovi arbitrarie opinioni personali. Il predicatore deve mostrare la verità della Parola, non prestare la sua verità alla Parola. 3. Non è un discorso in difesa di persone o istituzioni ecclesiali perché con la testimonianza dei battezzati, più che attraverso le arringhe, si tutela il buon nome della comunità cristiana. 4. Non è la rievocazione di anniversari o un’esortazione moralistica con i soliti luoghi comuni del galateo morale infarciti di obblighi, divieti e generiche ricette dettate dal buon senso.
Non è l’elogio di qualche personaggio illustre (i famosi panegirici) con le inevitabili bugie di circostanza così frequenti nella celebrazione di certi funerali. Non è la scontata filippica contro gli assenti o i mali del tempo che infastidisce i presenti senza portare alcun vantaggio agli assenti.

Non è un modo per scocciare i malcapitati ascoltatori con generiche divagazioni, non può mai essere un talk-show che, potendo andare bene per tutto, di solito non serve a nulla. Si devono evitare omelie generiche ed astratte, che occultino la semplicità della parola di Dio, come pure inutili divagazioni che rischiano di attirare l’attenzione sul predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico. Deve risultare chiaro ai fedeli che ciò che sta a cuore al predicatore è mostrare Cristo, che deve restare il centro di ogni omelia. Non permettere che sulle nostre labbra la parola di Dio s’inquini con i detriti delle ideologie, scriveva il mons. Tonino Bello. Il testo non può diventare un aeroporto per svolazzamenti di parole inutili. E neppure un pretesto per esibire erudite elucubrazioni dove, più che il messaggio, è esaltato il messaggero.

 

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