Mercoledì, 13 Maggio 2026

 

Si parte da Milano con una bruttale aggressione a una giovane funzionaria, in un posteggio sotterraneo solitario. A Milano la vita è dura. È buia, grigia, e spesso spietata. A Milano o ti pieghi al dio profitto o sei fuori. Vai di compromessi per giocarti alla roulette russa i tuoi principi.

Ma Caterina non ci sta. Sarda nelle origini e nell’anima, vuole combattere il mostro. Il mostro è la sua azienda che specula selvaggiamente sul traffico di rifiuti radioattivi, e che, forse, è la responsabile dell’aggressione nel posteggio sotterraneo. Per lei è il momento di un ritorno alle origini, in un villaggio di pescatori e case basse nella zona di Oristano. Qui il sole, il mare, vecchi e nuovi amici, tracciano appassionanti vie d’uscita. È Marceddì, ed è l’antimateria di Milano.

Gli ingredienti ci sono tutti, e via con il racconto, in un clima di parole giocato tra la tenerezza dei sentimenti e le complicazioni che la vita sempre ti apparecchia. Questo, e tanto altro, è Il peso degli attimi, di Massimiliano Perlato Mura, edito da Amicolibro nel 2026. L’autore, originario di Terralba, saggista, poeta e novelliere, giornalista (ha collaborato in passato anche con L’Arborense) si cimenta con il primo romanzo. Siccome lui è uno scrittore eclettico, anche il suo libro attraversa diversi generi.

L’inizio, con un’aggressione quasi fatale e le conseguenti indagini che devono sciogliere tanti nodi, fanno pensare a un giallo. I caratteri ci sono tutti, e Perlato Mura, sa tenere alta la tensione con immagini che a mano a mano mettono a fuoco una malavita spietata con i colletti bianchi. Ma gli ambienti inquietanti, spesso degradati, con personaggi privi di empatia e di scrupoli, portano verso il noir. Indagini di polizia, diversi delitti cruenti e il rischio sempre in agguato nella pagina che stai per leggere, compongono perfettamente lo scenario tipico del genere.

L’autore sa disegnare le tinte fosche creando nel lettore quei sentimenti contrastanti tipici di questo topos letterario. Ma poi Il peso degli attimi salta fuori dai confini del genere e si immerge nelle acque placide di romantiche storie sentimentali. Massimiliano Perlato Mura plasma la sua scrittura sui toni pastello, e colora la storia con il genere romance. Le metafore si addolciscono con le tinte rosa dei tramonti, con le maestose dune di sabbia della costa a sud di Oristano e con i sentimenti, quelli buoni, che possono abbattere gli squali del noir e del giallo.

Le storie d’amore, si intrecciano, si capovolgono e volano verso i sogni. Si rimane un po’ sospesi, forse increduli per sperare che poi non crolli tutto. E bisognerà leggere per scoprirlo... Ma intanto l’autore ci fa camminare sulle sabbie mobili della luna di miele di amori tormentati e di amori dolcissimi dentro una confort zone. Sì, ogni tanto lasciarsi andare per crederci è salvifico. E le pagine addolciscono le sbavature della vita perché il desiderio di tenerezza va affrontato, e non è giusto sfuggirgli sempre.

Anche in un giallo, anche in un noir. Sono i naturali contrappesi che tengono viva la narrazione fino all’ultima pagina. Ma dopo l’ultima pagina si resta appesi al desiderio di mollare tutto e partire per Marceddì, per le spiagge limitrofe, per quei luoghi naturali che ti possono mettere in sintonia con te stesso.

Approfittando della disponibilità di Massimiliano Perlato Mura gli abbiamo rivolto qualche domanda, per conoscerlo meglio.

Nel tuo Il peso degli attimi si rimane contaminati dal fascino di Marceddì. È evidente che per i protagonisti, ma anche per te, sia un luogo del cuore, dove si può rinascere, scoprire la vita, i propri valori e magari ritrovarsi. È la magia del mare?

È la magia dell’adolescenza vissuta in quegli spazi immensi e incontaminati, nei valori universali che mi ha trasmesso mia madre, scomparsa un anno fa, e a cui ho sentitamente dedicato questo lavoro. Sono i luoghi dell’anima dove la bellezza degli ambienti sono sempre andati a braccetto con gli affetti familiari. Luoghi paradisiaci dove il benessere, e non parlo solo di spiagge incantevoli e mari cristallini, è prettamente interiore. Il solo respirarne l’aria riempie i polmoni di una vitalità fatta di virtù e appagamento. Scrivere dei luoghi della propria adorata infanzia, davanti alla tastiera di un pc, è stato come riproiettarmi in quella realtà a distanza di anni. Mi ha confortato oltre ogni più intimistica previsione.

Nel romanzo contrapponi la soleggiata provincia di Oristano a Milano, grigia e industriale. Non fai speculazioni letterarie, semplicemente racconti...

Si può assaporare una contrapposizione tra gli squallidi posteggi sotterranei della grande metropoli e gli spazi aperti, il vento e il mare della nostra Isola. Contrapposizione che si riflette negli accadimenti: nel grigio suburbano solo cose brutte; nella nostra sabbia, nelle dune maestose, nel villaggio, invece arriva una forza di rinascita che può combattere il brutto... È stato chiaramente un percorso introspettivo necessario per valorizzare un territorio, forse tra i meno conosciuti della Sardegna sul piano turistico, dalla valenza emotiva interiore che non ha eguali per chi come me ha preso in mano idealmente una penna per tracciare parole su carta bianca e decantarne le peculiarità. La contrapposizione tra il grigio milanese e la luce sarda è stato un pretesto per disporre in confronto davvero due aspetti rilevanti che per metafora raffigurano la mia esistenza, visto che vivo in Lombardia.

Questo romanzo l’hai scritto di più in Sardegna o in continente?

Scrivere è avere la trasposizione mentale di proiettarsi nel romanzo a cui ti stai apprestando a dar vita. Ho spesso chiuso gli occhi per ritrovarmi candidamente cullato da luoghi che ho ben impressi nella memoria. Scrivere è un atto di fede scippato al tempo che, senza accorgersene, mi ha sempre donato tanti giri sulla luna. Coltivare questa redenzione in un libro è schiudere nell’aria i luoghi che possono sembrare inaccessibili a chi non li conosce. È stato il costante obiettivo principale del libro. Nei momenti di euforia da scrittura, che fanno da contraltare ai momenti di sconforto in cui si vorrebbe cestinare tutto, si ha quasi la presunzione di conoscere cos’è l’immensità. L’incommensurabile coscienza dell’onnipotenza, osservandola dalla riva del mare di Marceddì eletta a ombelico del mondo, una conversazione spirituale dell’anima.

Con il romanzo racconti con una tensione narrativa tenuta alta sino alla fine. Con quale stile ti presenti ai lettori?

Credo fermamente nei buoni sentimenti che, come da un caleidoscopio, possano arrivare anche a coloro che li interpretano in modo distorto. Quindi ho cercato di trasmettere il senso prosaico dell’amore, nella descrizione più intima e poetica. Essendo questo libro la mia prima esperienza narrativa ho cercato di creare una storia che potesse essere credibile, ho fatto una scaletta degli accadimenti cercando di mantener fede al susseguirsi delle situazioni. Ma si sa, la fantasia dello scrittore è sempre in fermento e le deviazioni sono state innumerevoli.

La tua scrittura per molti tratti è lirica, ricca di metafore, di sogni e di espressioni che colpiscono, hai faticato a tenere a bada il poeta che è in te per far nascere il romanziere? Come hai trovato il giusto equilibrio?

A dire il vero, il cruccio più grande che ho e che ho avuto mentre elaboravo il testo, è stato proprio quello di non aver avuto la capacità di scorgere il giusto equilibrio. La lettura di un libro è spesso soggettiva, quindi il compito di decidere se a riguardo ho fallito oppure no, spetta al lettore. La mia idea iniziale era di mantener fede allo stato noir del racconto. La mia indole onirica ha preso il sopravvento in molteplici situazioni, spostando il focus del testo verso il romance. Dovrò far tesoro di questo aspetto negli eventuali lavori che succederanno a Il peso degli attimi, cercando di non uscire dal binario inizialmente individuato.

* di Pier Bruno Cosso


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