Con il decimo episodio andato in onda due settimane fa, si è conclusa la 15ma edizione della fiction RAI Don Matteo, serie che ha confermato il suo grande successo con quasi quattro milioni di spettatori di media a serata.
* di Daniele Vargiu
La stagione, ambientata a Spoleto, si è mantenuta su alti livelli di ascolto, dunque, per tutta la sua durata, consolidando i personaggi di don Massimo (Raoul Bova) e del maresciallo Cecchini (Nino Frassica). Tra i nuovi attori della serie ha avuto un ruolo da protagonista Irene Giancontieri, nei panni del maresciallo Provvedi. Abbiamo raggiunto telefonicamente la giovane attrice, 23 anni, per farle qualche domanda sulla sua vita, la sua carriera, la sua partecipazione alla nota e seguitissima serie Tv.
Com’è nata la tua strada verso questa serie?
Fin da piccola sono cresciuta con il mondo Disney grazie al quale mi sentivo vicina al mondo del musical e della televisione. Ricordo che mia madre mi portò a vedere dei musical a teatro: io ero una ragazzina sempre in movimento, facevo sport, ero molto energica, ma davanti allo spettacolo rimasi paralizzata. Due ore e mezza seduta immobile, ipnotizzata. Da lì è cominciata la mia insistenza con i miei genitori per fare i corsi. Mia madre inizialmente aveva un po' paura di iscrivermi alle agenzie: troppo piccola, temeva di bruciarmi. Mio padre era più d'accordo, ma abbiamo aspettato che fossi io a sceglierlo. Così ho iniziato con il teatro alle elementari, poi canto e, più tardi, la danza. Ho portato queste arti con me fino al liceo, quando ho deciso di provare le Accademie.
E sei entrata subito alla prestigiosa Silvio D’Amico?
Esatto, sono entrata al primo anno di università, subito dopo il liceo. Ho fatto tre anni intensissimi. Alla Silvio d’Amico si svolge un lavoro prettamente teatrale e questo mi ha aiutato tantissimo perché la televisione è un mondo talmente veloce che avere questi strumenti è fondamentale, spesso non ti dicono cosa fare: devi risolvertela da sola e rendere il lavoro ricco e interessante in tempi brevissimi. La tecnica che acquisisci lì è stata la mia salvezza, perché ti permette di dare un risultato soddisfacente anche senza un regista che ti segua in maniera paterna.
Come sei arrivata, invece, al ruolo di Caterina?
È arrivato per caso. Una casting director, Flavia Toti Lombardozzi, è venuta a vedermi a teatro. Lei ha creduto totalmente in me fin dall'inizio, ha proprio puntato sulla mia persona. Eppure, in quello spettacolo, facevo un ruolo che non c'entrava nulla con Caterina: interpretavo una donna ubriaca, grande e vedova. Lei però ha visto qualcosa e i provini sono stati uno di seguito all'altro, fino all'ultima fase con Nino Frassica. È stato veramente un sogno intenso che ho costruito e sul quale ho lavorato anno dopo anno.
Ti ricordi il giorno della chiamata?
Me lo ricordo bene! Ero in Accademia per una lezione di cinema e dovevo pure fare una scena dopo poco. Mi chiama il mio agente, vado in bagno e lui mi fa: Sei seduta? Gli ho detto di sì, ma non era vero, ero in piedi davanti allo specchio a fissarmi. Mi fa: Bene, perché sei stata presa per Don Matteo e cominci tra tre settimane. In un secondo la mia vita è cambiata, mi si è smontata la pace! Sono tornata a fare la scena della lezione ma non ci stavo capendo più niente. Non me lo scorderò mai. Il primo ruolo che prendi è un’emozione.
Caterina vive un passaggio forte: dal convento alla divisa dei Carabinieri. Come hai vissuto questa transizione a livello emotivo?
Caterina si porta dietro il mondo del credo, ma si è resa conto di essere stata una persona bloccata. Aveva dedicato la giovinezza a Dio, ma ha realizzato di desiderare una famiglia. È stata combattuta tra l'amore per Dio e l'amore per un partner. Così si è chiesta come conciliare la voglia di aiutare gli altri con la sua vita. Ho chiesto ai carabinieri veri che venivano sul set e tutti dicevano che la bellezza del loro lavoro è sentirsi utili per la gente, un po' come dei supereroi. Caterina, rinunciando al velo, non ha abbandonato la sua missione di aiutare il prossimo; ha solo capito che può farlo anche attraverso altre strade sperimentando l'amore in altre forme.
Per te cos'è, dunque, la vocazione?
Penso che non riguarda solo chi indossa un abito religioso, tocca chiunque. La vocazione è qualcosa che ti chiama da dentro e tu lo proietti fuori. È sentire che la tua anima e il tuo corpo ti tirano verso una direzione. Per me lo è stato con la recitazione. Se ti abbandoni a questo senso e a questo piacere, la vita acquista valore. È un viaggio continuo dove sai qual è la tua stella.
Sul set hai lavorato con Nino Frassica e Valeria Fabrizi. Com'è stato il rapporto con loro?
Valeria è incredibile, è Nino al femminile! Sono entrambi meravigliosamente matti e vederli insieme è stato stupendo. Valeria è una donna che si lascia attraversare dall'esperienza, ti nutre e mette un buon umore pazzesco. Ti nutre e ti insegna. Nino è un genio. Spesso lui discute con gli sceneggiatori per una questione di realtà. Mi spiego meglio… Lui fa un tipo di comicità astratta. Improvvisa tanto, discute ogni battuta perché vuole che la comicità sia basata sulla realtà: dice che se il contesto non è vero, la gente non ride. Un giorno si è arrampicato su una scala alla sua età, anche se non era necessario per l'inquadratura, solo per darmi lo sguardo vero durante un mio primo piano. È una generosità professionale e rara. E poi... siamo due mangioni! Spesso ci ritrovavamo nei corridoi a rubare le tartine o i grissini della scenografia facendo finta di nulla.
Hai legato con altri colleghi?
Ho legato tantissimo con Federica Sabatini, con Fiamma e con Edoardo Miulli fuori dal set. Federica è stata una sorellona per me. Fiamma è stupenda ed Edoardo è un grande! Loro tre sono le persone con cui ho legato di più, poi con Nino è stato un rapporto intenso ed è stato una figura di riferimento.
Che messaggio vuoi lasciare ai giovani che cercano la loro strada?
Di scavare di più dentro sé stessi. Bisogna far riparlare quel bambino che sapeva perfettamente se voleva divertirsi coi giochi o arrampicarsi sugli alberi. Il bambino sa cosa vuole fare: ecco, bisogna lasciarsi incuriosire. Non perdere mai la curiosità, perché è quella che sblocca tutto.
Cosa Don Matteo ti ha lasciato, nel bene e nel male?
Mi ha lasciato la certezza che ridere è ancora una cosa necessaria. Purtroppo la stagione è finita e so che gli spettatori proveranno un po’ di tristezza, perché affezionarsi a personaggi che portano buoni valori è naturale. Per me è stato un onore far parte di questo progetto che aiuta le persone a stare tranquille. Mi ha insegnato che, anche se il mondo fuori sembra andare a rotoli, abbiamo il dovere di proteggere la nostra luce.
Qual è il tuo sogno nel cassetto per i prossimi anni?
Vorrei fare un musical (devo togliermi questo desiderio), un film d'autore e una biografia storica, come studiare una persona realmente esistita. Mi piacerebbe anche occuparmi di sceneggiatura per trattare il tema del femminile e dell'abuso di potere, che sento molto vicino. Ma soprattutto, spero di restare fedele a quella scelta consapevole che ho fatto a cinque anni: quella di non smettere mai di giocare seriamente con l'arte.
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