Mercoledì, 20 Marzo 2019

Progetto1

 

Nell’assemblea liturgica tutti sono chiamati a partecipare in modo vero e pieno: uomini e donne, bambini e adulti, giovani e anziani, dotti e ignoranti, poveri e ricchi. Tutti sono accomunati da una fondamentale vocazione per formare un solo corpo, tempio dello Spirito...

di Tonino Zedda

La partecipazione, quindi, non può essere che unitaria. Essa scaturisce dalla profonda coscienza di essere un unico soggetto reso tale dallo Spirito. Attenzione però: unità non è uniformità, perché ognuno è unico agli occhi di Dio e come tale deve essere accolto e deve poter esprimersi. Ciascuno ha ricevuto dallo Spirito un dono che deve mettere al servizio di tutti. Il luogo in cui confluiscono, nascono, crescono e maturano tutti i ministeri è l’assemblea ecclesiale. Tutti i suoi membri hanno il diritto-dovere di celebrare la liturgia, in tutti i suoi aspetti. Naturalmente al suo interno ci sono anche coloro che, per competenza personale e reale necessità, svolgono un servizio particolare. L’obiettivo di ogni singola ministerialità è far funzionare al meglio la celebrazione favorendo una partecipazione piena, attiva, consapevole di tutta l’assemblea. Ma perché questa non rimanga solo una bella teoria occorrono atteggiamenti concreti. Il vero partecipare non è un vuoto dire, fare o cantare, ma si radica sulla coscienza viva e profonda di entrare pienamente nel mistero di Cristo che si sta celebrando. Bisogna crederci davvero, bisogna essere consapevoli del senso di ciò che si sta facendo e del come si sta facendo.

preghiera dei fedeli siamanna confraternite 2018 web2

Non è l’invenzione di nuovi gesti o riti e neppure la rubricale moltiplicazione di parole, canti e gesti a far crescere la partecipazione: se non c’è un atteggiamento interiore che possiamo chiamare “azione di grazie”, ascolto, offerta di se stessi non ci potrà essere liturgia… ma solo ridondanza e apparenza. Ogni liturgia della Chiesa trae i suoi contenuti dalla vita di coloro che vi partecipano. Si celebra perché chiamati a vivere un evento di comunione che non si limita al momento liturgico, ma parte e si estende a tutta la vita. Tale atteggiamento si esprime con linguaggi ben specifici. Si esprime nel silenzio, nell’ascolto, nella preghiera comune, nella partecipazione al canto, alle posizioni e atti comuni. Tra le numerose parti della celebrazione che andrebbero ricondotte sempre alla verità cito un solo esempio, già richiamato più volte anche dal nostro arcivescovo mons. Sanna: la preghiera dei fedeli. Troppo spesso ascoltiamo intenzioni preparate in modo generico da altri che non siano l’assemblea concreta (certi foglietti potrebbero, al massimo, servire come spunti). Questa preghiere se autentiche sono una forma di espressione libera e creativa della sacerdotalità dell’assemblea, voce di Cristo che ancora oggi intercede presso il Padre, evidenziando che il soggetto della celebrazione è l’assemblea concreta dei fedeli in quanto tale. Attraverso tale preghiera la concreta assemblea dovrebbe poter sentirsi libera di esprimersi mettendo in relazione la Parola ascoltata e le circostanze storiche che essa vive. In buona sostanza essere cristiani significa essere liturgici, ossia autentici celebranti. Attraverso una partecipazione libera e responsabile essi possono realizzare il diritto-dovere di celebrare il mistero - conosciuto e creduto - inteso come culmine e fonte della vita cristiana.

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