Mercoledì, 08 Aprile 2026

 

I sardi vivono la Settimana Santa come un’armoniosa commistione di liturgia e tradizione popolare religiosa, che sostiene il culto e che contribuisce a vivere in modo intenso e partecipato i riti pasquali. I simbolismi che ne veicolano i riti solenni sono tanti, dai canti a Cuncordu, spesso fuori dalle sacrestie, alla realizzazione di straordinari manufatti con le palme.

di Antonello Carboni

Ed è a questa antica tradizione della lavorazione delle palme in Sardegna che dedichiamo un breve approfondimento grazie alla collaborazione dell’antropologa Nevina Dora: una studiosa che l’etnografia ce l’ha nel sangue. È, infatti, la nipote di don Giovanni Dore, ex parroco di Tadasuni, fondatore del più importante museo di strumenti musicali della Sardegna, oggi acquisito dall’Istituto Superiore Regionale Etnografico di Nuoro.

Alla nostra studiosa abbiamo rivolto qualche domanda.

Esiste una zona della Sardegna in cui questa tradizione è fortemente radicata più che in altre parti dell’Isola?

Ales è il fulcro dell’intreccio delle palme. La Marmilla è la zona dove viene maggiormente praticata questa forma di artigianato artistico. Tutto il territorio della bassa e alta Marmilla ha il privilegio di detenere ancora questa meravigliosa arte simbolica. Molto lo si deve anche a don Ignazio Orrù, che nel tempo ne ha tenuto vivo l’orgoglio identitario.

Questa religiosità popolare ha avuto nel corso dei secoli qualche difficoltà a essere accettata?

Diciamo che nel corso dei secoli ci sono state difficoltà, soprattutto a partire dal XII secolo, in quanto i sardi avevano credenze popolari legate a forme di superstizione, per esempio all’uso di oggetti ai quali venivano attribuite proprietà benefiche: si pensi per esempio all’uso de su cocu come amuleto. Poi certamente a partire dai tempi di San Benedetto la religiosità popolare ha una forte concezione della forma, quindi benché fosse un misto di paganesimo e cristianesimo, si sviluppa grazie al suo studio simbolico il rituale della Settimana Santa più vicino a come noi lo conosciamo oggi.

Il rito della benedizione delle palme quando entra a far parte ufficialmente della liturgia?

A partire dal 1951 avviene la riforma della Settimana Santa: si accetta la benedizione delle palme e dei fedeli in chiesa. Dopo questa datazione si è concesso di ornare le palme e dunque assume essa stessa il significato simbolico di mezzo di grazia e di misericordia, e la benedizione dona dunque alla palma il potere di scacciare, in termini antropologici, il Male. Viene perciò accettata la distribuzione delle palme tra i credenti.

Qual è il significato simbolico attribuito alla palma?

In questo ambito religioso e antropologico il significato è quello di trionfo, di vittoria, che era comune sia ai riti pagani che sportivi, comuni ai greci e anche agli egizi, ma per quanto riguarda la Sardegna noi siamo l’unica Regione dove si festeggia la domenica delle palme con una processione legata alla Passione del Signore.

Ma le palme, con l’accettazione di una lavorazione artistica, non sono tutte uguali, nel tempo avranno acquisito forme e significati differenti?

Più che significati hanno acquisito attenzioni particolari: da forme di intrecci elementari si è passati a forme più elaborate. Per esempio si possono trovare palme con diversi elementi quali la croce, intrecci floreali, e al centro possono esserci tre buttones de prama che rappresentano la Trinità divina. Altre rappresentazioni simboliche sono le virtù teologali: fede, speranza e carità, che rappresentate da anelli si infilano nel ramo centrale. Il sacerdote aveva la palma più umile: una sola croce e i tre nodi, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che si infilavano nudi nel ramo privo di decori. Invece alle autorità civili gli si offriva la palma intrecciata più complessa e raffinata. Solo nella sacrestia si lasciava la palma più bella.

In Sardegna si distinguono alcune comunità per forme particolari?

Sì, per esempio a Santulussurgiu viene applicata l’immagine di una Madonna. A Villanova Monteleone la tradizione viene vissuta con molto orgoglio, l’intreccio è fatto sulla canna: tutta la comunità le raccoglie, poi le foglie delle palme le tagliano e vengono intrecciate sulla canna. A volte intrecciano anche foglie di olivo su piccole canne che si applicano sulla grande canna centrale.

E Oristano?

A Oristano, come nei grossi centri, si è più legati alla liturgia che alla tradizione.



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