La demolizione, avvenuta nei giorni scorsi, dello stabile che a Oristano ha ospitato lo storico Bar di Ibba, e dalla metà degli anni ’80 il Bar Azzurro, è stata salutata con favore da molti, ma ha anche generato qualche polemica da parte di chi avrebbe preferito un intervento strettamente conservativo. Situato nella piazza Roma, nel punto più vicino alla torre di Mariano II all’angolo con la via Garibaldi, era chiuso dal febbraio 2009, quando l’Azzurro era stato trasferito in via Sardegna, e successivamente ha conosciuto unicamente lavori per la messa in sicurezza, in particolare nel 2016 dopo un crollo avvenuto nell’estate dell’anno precedente.
Il Bar è stato immortalato dai Barrittas nel 1964 nella canzone Whisky, birra e Johnny Cola, lato B del loro primo 45 giri Cambale twist, storia di oreris squattrinati, mattina e sera al tavolino a far nulla. Dal punto di vista tecnico, si tratta di una ristrutturazione con ampliamento. Ma come, si dirà: hanno demolito tutto, cosa ristrutturano? Bisogna intendersi, perché il concetto si è molto evoluto nel tempo. Nella definizione originaria del Testo Unico dell’edilizia, gli interventi di ristrutturazione erano quelli rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere, che potevano portare a un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente.
Veniva specificato che gli interventi potevano comprendere il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi e impianti, e si prevedeva che potessero consistere nella demolizione e successiva fedele ricostruzione di un fabbricato identico per sagoma, volumi, ingombro a terra e caratteristiche dei materiali, a quello preesistente. A fine 2002, un decreto legislativo ha modificato il Testo Unico, eliminando i riferimenti alla fedele ricostruzione e all’identità, mantenendo però i limiti relativi a volumetria e sagoma. E se nel rendering, che simula l’aspetto finale, compare un edificio con una sagoma del tutto diversa, e c’è scritto ampliamento, è perché la legge lo consente.
Nel 2013 una norma ha eliminato il vincolo dell’identità della sagoma, e ampliato il concetto di ristrutturazione, chiarendo che può consistere anche nel ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione; e dal 2020, sia pure nei soli casi previsti dalla legislazione vigente o dagli strumenti urbanistici comunali, sono consentiti gli incrementi di volumetria, anche per favorire interventi di rigenerazione urbana. Ma allora è una nuova costruzione! Da un punto di vista pratico, si, perché quella vecchia non c’è più.
In senso tecnico, invece, no: perché si possa parlare di ristrutturazione deve esserci una sorta di continuità tra il vecchio edificio e quello nuovo, basata su più fattori. Uno di questi è la possibilità di accertare lo stato di fatto preesistente, attraverso i rilievi e le attestazioni del tecnico, e soprattutto tramite i vecchi titoli edilizi e le planimetrie, in modo da conoscere esattamente le caratteristiche del fabbricato non più esistente. Un altro fattore di continuità, ugualmente importante, è quello temporale, nel senso che la demolizione e la ricostruzione devono essere contestuali, anche se non è necessario che quest’ultima cominci immediatamente. È scontato che tutti questi elementi siano stati, e saranno, rispettati.
In chiusura una riflessione: gli oreris dei Barrittas non hanno più il loro tavolino. Chissà se il nuovo edificio gliene offrirà un altro?
* di Mauro Solinas, avvocato
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