Mercoledì, 22 Agosto 2018

 

Dopo aver dedicato tante puntate a descrivere il servizio liturgico dei ministranti, ho sentito il bisogno di ritornare, con qualche piccola riflessione, sul concetto di ministerialità che, molto opportunamente, gli studiosi e i pastori hanno definito come snodo essenziale perché si possa attuare lo spirito della Riforma Liturgica, consentendo così a tutto il popolo di Dio di partecipare pienamente alla vita liturgica della Chiesa...

di Tonino Zedda

Per celebrare bene cioè per realizzare la celebrazione cristiana è necessario, anzitutto, essere disposti a “imparare” i contenuti di fede che i riti veicolano e consentono, per questo motivo è assolutamente indispensabile che vi sia una comunità educante, una comunità, strutturata in modo ministeriale, dove il ministero ordinato, pur essendo indispensabile non è, e non potrebbe mai essere, il Tutto Ecclesiale. La comunità è indispensabile. Una comunità che vive quotidianamente oltre la celebrazione dei divini misteri anche il giusto approfondimento (mistagogia) dei contenuti della fede pregata e perciò vissuta e creduta. Queste dimensioni si concretizzano quando ci lasciamo coinvolgere attraverso atteggiamenti personali come la buona volontà e la disponibilità. Ma la fede, e la vita liturgica che la esprime, hanno bisogno di una forte dimensione comunitaria: non si cresce da soli, non si cresce non partecipando, non si cresce conoscendo solo alcune cose e tenendole per noi. Si cresce solo se si vive l’esperienza della fede con gli altri, con la mia comunità. Da questo punto di vista in molte assemblee parrocchiali, dopo 60 anni dalla Riforma, latita proprio unavera dimensione comunitaria. La liturgia e la vita della comunità deve realizzarsi nell’hic et nunc, cioè qui e ora. Purtroppo ci sono ancora numerosi cristiani, anche preti e catechisti, che continuamente sono alla ricerca di situazioni idealie appetibili in comunità perfette, con la conseguenza tragica di cercare l’ideale altrove dimenticando e umiliando così la propria comunità concreta. Si cercano qua e là le condizioni migliori per esprimere e cercare di vivere la propria fede (ahimè) in luoghi lontani con la conseguenza di vivere in modo disincarnato l’esperienza cristiana. Ci si attacca al carisma delle personeo all’accoglienza di determinati “eldorado”. Non impegnandosi nell’oggi e nel luogo di appartenenza, ci si allontana sempre di più dalla logica dell’incarnazionee dall’atteggiamento profetico che deriva invece dall’inculturazione della fede, presupposti assolutamente indispensabili perché la liturgia animi la vita. Le nostre comunità stanno gradualmente perdendo di vista il senso e il valore di una liturgia quotidianache, di conseguenza, non innerva più la vita, mentre cresce l’illusione che possa bastare una spiritualità dei tempi forti e delle situazioni affettivamente più toccanti ed empatiche. Una liturgia che venga incontro solo alle esigenze sentimentali non è la Liturgia della Chiesa cattolica. È urgente una conversione radicale, un cambiamento di mentalità. Dobbiamo impegnarci tutti a costruire una Chiesa ministeriale. Solo guardando al nostro Signore che è venuto non per essere servito ma per servire, ci sentiamo posti in atteggiamento di servizio. Ministeri e carismi, nella complementarità del sacerdozio battesimale, non sono per la competitività né per la frammentazione della comunità, ma per la sua edificazione.

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