Lunedì, 21 Gennaio 2019

 

ABC… della Liturgia. Spunti di riflessione e qualche consiglio per le nostre assemblee. A come Adattamento: Unica fede in forme molteplici...

di Tonino Zedda

Dalla Costituzione Liturgica Sacrosanctum Concilium (n. 37)

La Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella liturgia, una rigida uniformità; rispetta anzi e favorisce le qualità e le doti di animo delle varie culture e dei vari popoli… Salva la sostanziale unità del rito romano, anche nella revisione dei libri liturgici si lasci posto alle legittime diversità e ai legittimi adattamenti…

Una profonda esigenza, maturata con fatica e intelligenza grazie anche al Movimento liturgico, ispirò i Padri conciliari nel delicato lavoro per gettare le basi fondamentali della grande Riforma liturgica, al fine di riportare i riti liturgici alla nobile semplicità, brevità e chiarezza (tipica dei primi secoli), che si erano via via incrostati e appesantiti con gesti e segni sempre più incomprensibili. Anche l’uso della lingua latina, diffusa in tutta la Chiesa e apprezzata dai pastori come elemento aggregante e comunionale, in realtà non corrispondeva più alla sua vocazione, anzi era motivo di frattura e di distanza tra fede celebrata dal clero e fede vissuta dal popolo. Anche culturalmente la Chiesa si era bloccata in un fissismo linguistico sterile, mentre le lingue volgari (comprensibili a un crescente numero di persone) invadevano non solo la sfera del parlato, ma anche il linguaggio della scienza, dell’arte, della letteratura e della tecnica. La Chiesa volle come segno unificante la lingua latina e, di conseguenza, instaurò una sorta di blocco nei riti e nelle celebrazioni: in tutta la Chiesa cattolica si celebrava allo stesso modo e con le medesime parole…purtroppo però incomprese dalla stragrande maggioranza dei fedeli. I padri conciliari, dunque, per rispondere alla diffusa domanda di partecipazione piena e consapevole, decisero di accogliere le lingue nazionali che, a fianco di quella latina, favorirono la comprensione e la partecipazione di tutti: i riti e le preghiere furono perciò tradotti in tutte le lingue. Ma la vera rivoluzione che spalancò le porte alla partecipazione piena e attiva del popolo, fu la scelta di accogliere come criterio ecclesiale il principio liturgico dell’inculturazione.

Il n. 37 di SC afferma la determinazione della Chiesa a favorire la ricchezza umana e le doti dei vari popoli, non imponendo più nella liturgia una rigida uniformità. La liturgia si trova a essere luogo teologico di verifica della maternità accogliente della Chiesa nei confronti delle individualità culturali dei suoi figli. L'unica condizione per accogliere nella liturgia elementi culturali estranei è l'assenza di legami con errori e superstizioni e l'armonia con lo spirito della liturgia. La dichiarazione segnò una svolta epocale. Il n. 39 della Costituzione specifica le competenze per gli adattamenti riservate all’autorità ecclesiastica e non all'arbitrio di singole persone o comunità. Da queste linee ispirative sono derivate diverse forme di adattamento. La più importante crea il vero senso dell’adattamento: occorre tenere sempre presente la vita, la cultura e la storia del concreto popolo di Dio che celebra il mistero: adattare significa tenere conto della storia delle persone che stanno qui e ora a celebrare il mistero cristiano. Quest’importante adattamento, previsto dagli stessi rituali, è operato dal presidente e concordato con i ministri e mira alla fruttuosa partecipazione rispondendo al bisogno di una liturgia che sia adeguata alla cultura dei singoli popoli. Purtroppo però questa profetica apertura è rimasta solo in forma teorica. In Italia si riscontra una prolungata fase di stanchezza ripetitiva: molti presidenti o non conoscono o non utilizzano neppure una semplice e legittima forma di varietà rituale, abituati a una pigrizia celebrativa davvero grave. Il vero nemico del criterio conciliare dell’adattamento emerge quando la povertà di fede mortifica l'arte di celebrare, lasciando spazio a un rito monotono e ripetitivo che logora presidenti e comunità. Il maggiore impulso al criterio dell’adattamento non è affidato alla Santa Sede (che pure deve vigilare e autorizzare) ma ai vescovi e a i parroci che, coi fedeli, accolgono la liturgia, con i suoi riti e le sue espressioni, come un prezioso spartito, muto fino a quando autentici artisti elevano a Dio uno splendido inno di benedizione e di lode.

 

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