Mercoledì, 08 Aprile 2026

 

La storia raccontata da Giorgia Pitzus è una di quelle vicende che ti scalda subito il cuore e che ricordano quanto sia importante lottare per il bene comune e per il progresso dell’umanità. Costruire un mondo migliore e più giusto è davvero possibile.

* A cura di Antonello Carboni

Giorgia ha 22 anni, è originaria di Milis e, con una laurea fresca in Ostetricia, ha deciso di mettersi al servizio dei più bisognosi intraprendendo un servizio di volontariato in un ospedale della Tanzania. Intelligenza viva, dalla vitalità inarrestabile, l’abbiamo incontrata al suo rientro per raccontarci questa esperienza straordinaria.

Come si decide di partire per una missione così importante?

L’anno scorso, poco prima della laurea in Ostetricia, è emersa nella mia coscienza l’esigenza di donare un pochino di me stessa al mondo, quello rappresentato dagli emarginati, dai più sfortunati, dai dimenticati, che esistono e hanno tanto bisogno di aiuto.

Perché ha scelto proprio la Tanzania?

Forse non è un caso. Già qualche anno fa adottai a distanza un bambino... e attraverso internet ho trovato una Organizzazione Non Governativa molto diffusa in Europa costituita completamente da professionalità tanzaniane.

Cosa l’ha fatta innamorare di questa professione?

È stata una questione di petto: fin dalle scuole superiori avevo capito che volevo lavorare in ambito sanitario, per avere un rapporto con i pazienti. Mi piaceva l’idea di offrire loro una presenza sicura. Così tra le varie professioni sanitarie mi sono subito innamorata dell’ostetricia: dal primo giorno dell’Università ho capito che era la mia strada, quello che avrei voluto fare tutti i giorni. Mi sono sentita di essere nel mio mondo, nel mondo giusto per me.

Che situazione sanitaria ha trovato nella città in cui ha operato?

Ero in una città di 600 mila abitanti, Arusha: ho trovato personale molto preparato e aggiornato, sia sulla letteratura medica sia sulle ultime linee guida. La verità è che mancano i soldi, i finanziamenti per le strumentazioni, per i farmaci e per le strutture adeguate.

Nella sua missione eravate in tanti? Come era organizzato il lavoro?

Il progetto della ONG al quale ho preso parte non era il solo, c’erano anche tanti altri interventi, per esempio relativi allo sport, al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche femminili. Complessivamente eravamo circa una trentina e io ero insieme a pochissime altre volontarie destinate all’ostetricia. Ero però dislocata, come unica italiana, in un ospedale differente da quelli delle mie colleghe. La mia giornata lavorativa era di circa 7-9 ore, dipendeva dalle necessità, ma io restavo anche 12 ore.

Ha assistito molte donne nel parto?

Inizialmente ho partecipato a circa cinque-dieci parti giornalieri. Poi, personalmente ho assistito una trentina di donne.

Che situazione politica ha trovato nel Paese?

Diciamo che qualche mese prima di partire non era tranquillissima, anzi, forse ho anche temuto, invece poi quest’anno la situazione si è stabilizzata.

Con la religione ha avuto problemi?

La popolazione è rappresentata in misura uguale da cattolici e musulmani; non ho mai avvertito disordini per motivi religiosi e mi sono anche sentita sicura a circolare per le strade, nonostante Arusha sia comunque una grande città. Si trova vicino al confine con il Kenia, sotto il Kilimangiaro.

Cosa si porta dentro da questa esperienza?

Direi tutto: ora sono una persona completamente diversa. La cosa che mi rimane più impressa è la calma che ho vissuto in quegli ambienti. Loro hanno un modo di vivere più lento che confligge con la nostra frenesia, con la velocità che non ci permette di capire e goderci quello che abbiamo.

La sua comunità di Milis l’ha sostenuta?

Tantissimo! Non le sarò mai grata abbastanza. Prima di partire mi hanno offerto di tutto: abiti, zaini, prodotti per l’igiene intima... chi non sapeva come contribuire ha offerto soldi. Una volta arrivata lì, siamo andati nelle loro farmacie e abbiamo comprato medicine e quanto necessitava nei reparti dell’ospedale.

Sogno nel cassetto?

Insegnare all’università alle future ostetriche.


 

Galleria fotografica

 

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