Sabato, 11 Aprile 2026

 

Sono passate due settimane dal referendum giustizia, quello sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, e l’esito è noto a tutti: ha prevalso il No, perciò resta tutto come prima.

Un unico concorso per entrambi, e la possibilità di passare da una funzione all’altra solo per una volta in tutta la carriera professionale, solo entro i primi dieci anni di servizio, e con obbligo di cambiamento di sede. E un unico Consiglio Superiore della Magistratura.

Pur trattandosi di referendum confermativo, cioè senza quorum (perciò valido a prescindere dal numero dei votanti), la partecipazione dei cittadini è stata molto ampia, superando il 58% degli aventi diritto. Quindi, prima di tutto, ha vinto la voglia di dire la propria. Difficile, poi, non leggere in un numero così alto un’indicazione politica, un segnale preciso al Governo.

Tra le interpretazioni possibili, al di là dell’improbabile Giù le mani dalla Costituzione, c’è quella dell’implicita richiesta che materie così delicate e complesse passino realmente attraverso il confronto parlamentare. Difatti la procedura, da un punto di vista formale, è stata certamente rispettata, e non poteva essere altrimenti; ma il Governo ha dichiarato che il testo era blindato, ed effettivamente tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni sono stati respinti, e il testo originario è rimasto assolutamente invariato.

Neppure ha aiutato la dichiarazione del ministro della Giustizia, contenuta in un suo libro pubblicato a inizio anno, per la quale qualsiasi modifica del testo sarebbe stata incompatibile con i tempi necessari all’approvazione e soprattutto al successivo inevitabile referendum. Detto altrimenti, ci sarebbe voluto troppo tempo.

Altre considerazioni hanno riguardato la reale necessità di separazione delle carriere, e confrontato i principali sistemi giudiziari europei, esaminando la collocazione istituzionale dei pubblici ministeri: se fanno parte del potere giudiziario, dell’esecutivo o se operano come autorità indipendenti. Secondo gli ultimi dati del Consiglio d’Europa, la maggior parte dei Paesi europei si divide in due categorie: quelli in cui il pubblico ministero ha una posizione indipendente (non appartiene né all’esecutivo né alla magistratura, e opera come autorità autonoma con proprie regole e garanzie), e quelli in cui fa parte del potere giudiziario, pur agendo con ampi margini di indipendenza nelle indagini e nelle decisioni.

I numeri sono simili: nella prima categoria rientrano diciannove Paesi, nella seconda diciotto, tra i quali l’Italia e la Spagna. A questo punto è ragionevole pensare che, se il Governo intenderà riproporre l’argomento, difficilmente potrà presentarlo come attuazione di un mandato elettorale, visto il risultato referendario.

È perciò difficile che questo avvenga, e prevedibilmente preferirà concentrarsi sulle riforme economiche, tanto più che manca poco più di un anno alle prossime elezioni; se proprio volesse, potrebbe tuttavia intervenire con leggi ordinarie, eliminando quell’unico passaggio pm-giudici rimasto, oppure riorganizzando gli uffici, i procedimenti disciplinari o il funzionamento del CSM. Il doppio CSM, l’Alta Corte, il sorteggio, richiederebbero invece necessariamente la revisione costituzionale: e per escludere il referendum confermativo bisognerebbe ottenere l’approvazione con la maggioranza di due terzi sia alla Camera che al Senato, con un consenso larghissimo che nella situazione politica attuale sembra però impossibile.

Mauro Solinas, avvocato


La notizia ad effetto dell’ultimo referendum non è stata solo il risultato, ma soprattutto la partecipazione degli elettori. Sin da subito, infatti, nessun sondaggio indicava come rilevante il dato sull’affluenza, che è stato quindi sottovalutato. Una forte presenza dei giovani ha invece contribuito, a livello nazionale, a rendere la partecipazione democratica la vera protagonista nel dibattito post-voto.

Nel nostro territorio però l’affluenza non è stata alta come in altre regioni d’Italia, come Emilia Romagna e Umbria, dove la partecipazione ha superato il 66%. I dati per quanto riguarda la nostra Isola, riportati dal sito del Ministero dell’Interno Eligendo, parlano però di numeri che rappresentano un sospiro di sollievo rispetto alle consultazioni degli ultimi anni, quando comunque l’affluenza era davvero bassa.

Entrando più nel dettaglio, possiamo osservare che a livello provinciale, in occasione del Referendum di due settimane fa, l’affluenza non supera il 50,97% in quella di Oristano, il 53,01% nella provincia di Nuoro e il 51,28% nel Medio-Campidano. Il dato più importante arriva dalla provincia di Cagliari, dove l’affluenza tocca il 54,18%.

Dati sicuramente in crescita rispetto alla consultazione referendaria abrogativa dell’anno scorso, dove invece si ponevano agli elettori quattro schede sulle politiche del lavoro e una riguardante la cittadinanza. Nella provincia di Oristano l’affluenza toccava a malapena il 25%, mentre il 29% in quelle di Nuoro e Cagliari, circa poco più della metà quindi di quella registrata la settimana scorsa. Numeri molto bassi a causa della scarsa pubblicità che quel referendum aveva ricevuto soprattutto da parte dei partiti di governo che, in quell’occasione, avevano invitato i propri elettori a non recarsi alle urne. Per le elezioni europee di giugno 2024, la provincia di Oristano ha avuto una percentuale di votanti pari al 31,01%; 29,76% per Nuoro e si fermava al 42,71% a Cagliari.

Storicamente, le elezioni europee, suscitano meno interesse nell’elettorato rispetto alle elezioni parlamentari e vengono guardate quasi come quell’unità di misura per valutare l’apprezzamento del governo in carica, ma non solo: è innegabile che anche le altre varie forze politiche utilizzino spesso i risultati come un grado di giudizio verso l’operato, sia di governo che di opposizione.

Numeri più alti, nel nostro territorio, li possiamo sicuramente constatare, invece, alle elezioni regionali del 2024, dove la partecipazione toccava dati come il 56,5% nella provincia di Nuoro, il 51,1% in quella di Oristano, il 52,6% a Cagliari, mentre il dato più basso, 48% nel Medio-Campidano.

La scelta del presidente di Regione, ricaduta per poche migliaia di voti sulla nuorese M5S Alessandra Todde, vincitrice sull’ex sindaco di Cagliari di Fratelli d'Italia Paolo Truzzu, aveva mobilitato il 52,3% dei sardi alle urne. In quest’ultimo referendum, anche se in alcune province l’affluenza è stata più bassa, considerata l’assenza del quorum, in generale abbiamo visto un ritorno dei cittadini alle urne rispetto alle consultazioni precedenti.

Questo dimostra una rinnovata attenzione per le materie che interessano i cittadini in prima persona, come la giustizia. Il desiderio di far sentire la propria voce, indipendentemente dal personale voto, rende quel momento un importante segno di partecipazione democratica.

Nicolò Virdis


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