Venerdì, 01 Maggio 2026

Da oltre un anno una proposta di legge finalizzata a inserire il principio di insularità nella Costituzione italiana è sprofondata nelle sabbie mobili del Senato, in attesa di essere discussa...

di Davide Corriga

L’obiettivo dichiarato dai promotori della legge è quello di ridurre le (presunte) disparità logistiche, fiscali e commerciali tra l’Isola e il Continente, appellandosi all’articolo 174 del Trattato di Lisbona (TFEU). La norma prevede infatti che, con l’obbiettivo di garantire uno sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione Europea, questa programma e persegue la propria azione a realizzare il rafforzamento della coesione economica, sociale e territoriale. Gli strumenti finora utilizzati in tale direzione sono stati i fondi strutturali europei. In modo particolare il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) è deputato alla correzione degli squilibri esistenti nell’Unione. A tal proposito, è notizia di qualche mese fa il declassamento della Sardegna da regione “in transizione”, ovvero con un prodotto interno lordo tra il 75 e il 90 percento della media dei paesi dell’Unione Europea, a regione “meno sviluppata”, ovvero segnata da un prodotto interno lordo inferiore al 75 percento della media. L’arretramento consentirà all’Isola di avere una porzione maggiore dei fondi di coesione (circa un miliardo di ulteriori risorse) previsti nel bilancio dell’Unione per il periodo 2021-2027. Inoltre, seppure nella Costituzione italiana della parola “isola” non vi sia traccia, è importante sottolineare che le peculiarità che nel 1948 indussero a istituire lo Statuto speciale erano proprio l’insularità e la presenza di una minoranza linguistica. Nonostante siano trascorsi oltre settant’anni, per la Sardegna non sono certo venute meno le condizioni fondamentali. Per questo motivo – trascurando in questa sede il fatto che decine di altre isole al mondo (come Inghilterra, Irlanda, Islanda e Giappone) dimostrano come sia possibile essere un’isola e allo stesso tempo avere una democrazia e un’economia avanzate – probabilmente, anche al fine di evitare ulteriori esperienze che perpetuino la condizione di subalternità da Roma, potremmo cominciare a migliorare la nostra condizione cambiando semplicemente prospettiva. Dunque scegliere se continuare a considerarci una periferia arretrata dello Stato oppure accorgerci di essere un punto strategico per l’Europa, un ponte interculturale nel Mediterraneo. Assumiamoci la responsabilità dell’autogoverno. Senza elemosine. Partiamo dall’aggiornamento dello Statuto, dal pretendere un collegio separato al Parlamento Europeo, dal proiettare nel futuro le nuove generazioni con una scuola sarda calibrata sulle esigenze della crescita sociale e del mercato del lavoro nell’Isola. Da che mondo è mondo, la Sardegna è sempre stata un’isola. Occorre coraggio. Diventiamo ciò che siamo.

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