Mercoledì, 23 Ottobre 2019

Progetto1

Io sono d’un’altra razza, son bombarolo cantava Fabrizio De André nel 1973 per narrare la storia di un impiegato trentenne e disperato che voleva farsi giustizia da solo colmando l’assenza dello Stato col tritolo...

di Erika Orrù

Con tale termine, tuttavia, non si fa riferimento solo ai terroristi che compiono attentati con esplosivo, ma anche ai pescatori di frodo che ricorrono alle bombe per fare razzia di pesce. Se oggi tale pratica, purtroppo ancora in uso, non costituisce un fatto ordinario, in passato era ampiamente usata nei nostri mari.

Nel secondo dopoguerra, lungo la penisola del Sinis, le famiglie povere usavano tutti i mezzi per sopravvivere, ricorrendo persino alle bombe a mano per pescare. Anche nelle acque di Su Pallosu, forse per la facilità con cui si reperivano gli esplosivi, erano numerosi i pescatori che preferivano le bombe alle reti (arretzas), ai palamiti (paràmitus) e alle nasse (nassas).

i bombaroli Su Pallosi erika orrù

I pescatori che utilizzavano questa tecnica erano chiamati bomboaius, si trattava perlopiù di militari appena congedati. La pesca con le bombe richiedeva una certa abilità, buone nozioni di artificiere, nonché delle abitudini dei pesci, e un ottimo tempismo. Le bombe rudimentali, confezionate in casa dagli stessi pescatori, venivano costruite con materiali diversi, dalla dinamite in uso nelle miniere - che veniva fornita ai pescatori di Su Pallosu da un certo signor Ernesto di Iglesias - all’esplosivo contenuto nelle mine marine e nelle bombe disseminate nel Sinis, lanciate dagli aerei durante la guerra.

i bombaroli Su Pallosu 2 linzas

Era una tecnica molto pericolosa che talvolta, per imperizia, distrazione o scarsa conoscenza, portò alla mutilazione e in alcuni casi addirittura alla morte dei pescatori perché era loro esplosa tra le mani la bomba. Non era difficile, in quegli anni, vedere nei paesi uomini mutilati delle mani o accompagnati da bambini perché ciechi. Non pochi artificieri improvvisati, inoltre, sono saltati per aria cercando di smontare le mine che recuperavano allo scopo di ricavarne il potente esplosivo da vendere ai pescatori bombaroli.

Venivano confezionate principalmente due tipi di bombe artigianali, uno era sostanzialmente pronto, bisognava avvolgere il quantitativo di gelatina esplosiva necessario con la carta, fare un foro con un chiodo, inserirvi la capsula con la miccia - la quale solitamente non superava i 10 cm - e darle fuoco; la gelatina era piuttosto malleabile, perciò la realizzazione di questa bomba era abbastanza semplice.

i bombaroli Su Pallosu 1 linzas gilberto

La preparazione dell’altro tipo di bomba richiedeva maggiore impegno e attenzione: si adoperava un barattolo di alluminio o di latta (da conserva di pomodoro o carne in scatola), la cui dimensione era determinata dal quantitativo di esplosivo necessario, e si riempiva con il tritolo in polvere. Con l’ausilio di un martello si ripiegavano i bordi in maniera tale che il contenuto non fuoriuscisse, si praticava un foro con delicatezza e si inseriva la capsula con la miccia; era fondamentale che quest’ultima fosse ben ferma e salda, perciò la si bloccava con un pezzetto di legno.

Le dimensioni delle bombe erano determinate dal tipo di pesci ai quali erano destinate; alcuni impiegavano più tempo nel morire, perciò era loro riservato maggiore tritolo o gelatina. Si pescavano solitamente salpe (sa sarpa) e cefali (su pischi 'e scatta). La pesca con le bombe veniva praticata soprattutto d’inverno: quando c’era il mare molto mosso (mari mau); per non rischiare la vita, i pescatori lanciavano le bombe dalla spiaggia, anche perché i pesci tendevano ad avvicinarsi alla riva, e li raccoglievano con le mani. Quando il tempo era più clemente, gli ordigni venivano lanciati dalla barca, si lavorava solitamente in coppia perché uno doveva remare e l’altro tenere sotto controllo l’acqua per valutare dove sarebbe stato meglio lanciare: venivano avvistati i grossi banchi di pesci con l’ausilio di uno specchio.

i bombaroli Su Pallosu 1 linzas

L’imbarcazione veniva condotta dove c’erano almeno 6-7 metri di acqua e nel punto ritenuto ottimale si faceva deflagrare l’ordigno: il pesce rimaneva intatto e moriva per l’onda d’urto. Era una tecnica estremamente raffinata e precisa, oltre che pericolosa: alcuni pesci uccisi dall’esplosione riaffioravano in superficie e venivano raccolti senza difficoltà, quelli feriti tentavano la fuga e bisognava affrettarsi per prenderli. Altri restavano sotto il pelo dell’acqua e potevano essere recuperati con la fiocinao immergendosi.

La pratica era fortemente redditizia, permetteva di portare a casa fino a 3-4 quintali di pesce in poche ore, così i bombaroli la estesero anche alla stagione primaverile. Quella con le bombe era una pesca di frodo, assolutamente illegale e proibita, vi erano perciò controlli da parte della guardia di finanza, per sfuggire ai quali si mettevano a punto sistemi infallibili. Per tenere sotto controllo la zona e non far cogliere i bombaroli in flagrante, alcuni pescatori rimasti a terra, o le stesse compagne, segnalavano la presenza dei finanzieri esponendo una bandiera sulla spiaggia; con questo segnale capivano che non dovevano sbarcare, andavano a nascondere il pescato nell’isolotto di Sa Tonnara e lo recuperavano successivamente. Tale pesca illecita, che danneggia l’ambiente marino, fu praticata a Su Pallosu fino ai primi anni Sessanta.

Photo credits: Erika Orrù, Gilberto Linzas

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