Lunedì, 16 Settembre 2019

Progetto1

La prima su San Giovanni di Sinis era, per ragioni di spazio, troppo breve; si rende necessario integrarla con qualche dato e qualche riflessione...

di Giulio Gaviano

Quando andate a fare il bagno nelle spiagge del Sinis e vi trovate davanti un trattore col carrello carico di meloni che procede a venti all’ora, non maleditelo come fanno in tanti. Quando ci sarà visibilità lo supererete. Oppure provate a godervi il paesaggio e pensare che questa penisola di spiagge incantevoli, prima di essere invasa da file di auto luccicanti sature di aria condizionata e vacanzieri della domenica, era una terra di agricoltori e di pastori.

san giovanni sinis giulio gavianoweb

Ed è anche per questo che è rimasta così bella. Compratevi un melone del Sinis, invece che un melone di importazione, ché i meloni in questa zona li coltivano da più di tremila anni, prima dei greci e dei romani, come testimoniano i semi trovati nei “frigoriferi” nuragici di Sa Osa.

Certo, per andare alle spiagge del Sinis c’è una sola strada, la provinciale 6, ma pensate che fino a qualche decina di anni fa questa era solo una pista di polvere, sabbia o acquitrini, secondo la stagione. Non ci sono paesi nel Sinis: Cabras, Nurachi, Riola e San Vero Milis si dividono il territorio, ma si trovano all’esterno della penisola, che per secoli è rimasta spopolata.

san giovanni sinis capo san marco2

Infatti, Tharros era decaduta e le coste erano pericolose per via delle incursioni piratesche. Fino agli anni ’40 del secolo scorso, come scrisse Peppetto Pau:A San Giovanni non c’era che la chiesa del Santo, forse dieci case sgretolate dal vento e dalla salsedine e qualche capanna di falasco, abitazione invernale e primaverile di pescatori e rifugio di qualche villeggiante nei mesi estivi. La pace era assoluta. Gli ampi arenili non presentavano orme umane, le rocce calcaree simili a coltri melate occhieggiate di violette, di papaveri e di gigli offrivano sconfinati spazi alla meditazione. La voce del mare allora era quella di tutto il Sinis, con la voce del vento.

fermata trenino tharros sinis web foto gaviano

Ora ci sono più case, cresciute senza un criterio univoco, e servizi turistici: B&B, ristoranti, visite guidate a Tharros, un trenino che porta i visitatori al Capo. Mancano le fogne, che invece a Tharros c’erano duemila anni fa. Mancano anche le capanne di falasco, che dalla parte di Mare Morto erano abitazioni di pescatori, dalla parte di Mare Vivo erano le case al mare dell'epoca.

Durante l'inverno, le capanne di Mare Vivo venivano buttate giù dal vento e dalle onde e i proprietari le ricostruivano per la bella stagione. Questi ultimi, forse non tutti, pagavano una concessione demaniale. Le capanne sono state demolite per effetto di un’ordinanza negli anni ’80, tranne un paio da far vedere ai turisti.

capanna tziu luisu san giovanni sinis web

Fatto sta che i manufatti, costruiti da abili artigiani con le canne e un’erba chiamata crucuri, erano integrati nell’ambiente, freschi d’estate e caldi d’inverno e addirittura repellenti nei confronti degli insetti. La tecnica di realizzazione, ormai in estinzione, andrebbe salvaguardata e applicata a strutture a norma. Invece si vedono chioschi prefabbricati arredati dalle marche dei gelati, che nulla hanno a che vedere con l’identità del posto. San Giovanni ha molto da dare ma anche molto da recuperare e da conservare.

Photo credits: Giulio Gaviano

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