Venerdì, 24 Maggio 2019

Progetto1

 

A pochi giorni dall’apertura della pesca al riccio di mare la situazione è critica. I ricci stanno scomparendo dai fondali sardi, persino nell’Area marina protetta Penisola del Sinis - Isola di Mal di Ventre si trova un solo riccio...

di Giulio Gaviano

 

A pochi giorni dall’apertura della pesca al riccio di mare la situazione è critica. I ricci stanno scomparendo dai fondali sardi, persino nell’Area marina protetta Penisola del Sinis - Isola di Mal di Ventre si trova un solo riccio commerciabile ogni 2 m², il diametro minimo è di 5 cm esclusi gli aculei.
I pescatori cagliaritani hanno organizzato un presidio davanti all'assessorato regionale dell'Agricoltura e minacciano lo sciopero qualora venisse loro impedito di pescare nei fondali dell’Oristanese. Da noi, invece, in pochi giorni, la cosiddetta Petizione salva ricci, promossa dal gruppo Facebook Su Pallosu, ha raccolto 9800 sottoscrizioni. I firmatari chiedono di autorizzare la pesca solo nel compartimento di residenza dei pescatori, di chiudere la raccolta nelle aree marine protette, di non consentire l'uso delle bombole, di aumentare le sanzioni e intensificare i controlli. A questo punto, per cercare di trovare soluzioni a una questione “spinosa” sarebbe necessario riflettere sul perché si è creata.
Il riccio è il paracentrotus lividus, di colore violetto, verde, marrone, detto volgarmente riccio femmina perché ha uova più appetibili rispetto a quelle di un’altra specie simile, l’arbacia lixula, di colore nero e comunemente nota come riccio maschio.
Fino a qualche decennio fa, i ricci erano considerati una prelibatezza per pochi intenditori. Si prendevano liberamente a pochi metri dalla riva, nelle belle giornate di sole invernali, si aprivano con le forbici e si sciacquavano in acqua di mare. Con il cucchiaino si estraevano le uova, che si mangiavano spalmate sul pane, accompagnate da un bicchiere di vino bianco o rosato. I gusci non si buttavano nell’umido ma si restituivano, giustamente, al mare, che in pochi giorni li assimilava. Nel libro Il Sinis , del 1979, Peppetto Pau consigliava di portarsi una pentola d’acqua potabile in spiaggia e cucinare gli spaghetti su un fornello da campo o su un fuoco di sterpi acceso in un anfratto protetto dalla brezza marina. Per preparare questo piatto “degno dell’Olimpo, che forse Nettuno offrì agli dei”, il poeta del Sinis suggeriva di scolare gli spaghetti al dente, tenendo fermo il coperchio per far scorrere l’acqua di cottura, aggiungere un bicchiere d’olio d’oliva, uno spicchio d’aglio schiacciato, una scaglia di peperoncino a piacere e infine le uova dei ricci, almeno tre dozzine per commensale, morbide come fragole mature. Possiamo immaginare quanti ricci c’erano allora sulle rive del nostro mare.
Cosa è cambiato? Il riccio, protagonista di questa idilliaca descrizione, è diventato un prodotto sempre più richiesto. Negli ultimi anni la domanda di uova è aumentata enormemente, soprattutto da parte dei ristoratori. Si è cominciato a confezionarle in vasetti per commercializzarle, congelarle, utilizzarle in ogni occasione. Peppetto Pau sarebbe inorridito davanti a una pizza ricci e bottarga, perché si rovina il gusto degli uni e dell’altra. È evidente che il corpus normativo della Regione è inadeguato e che per coniugare interessi economici e sostenibilità ambientale bisogna ripensarlo. Per quanto si possano aumentare le sanzioni in materia di pesca e commercializzazione abusiva, l’apparato dei controlli rimane inidoneo. La drastica diminuzione dei ricci è un danno a tutta la catena alimentare e si ripercuote sulla filiera della pesca in generale. Una direzione possibile sarebbe quella di tornare verso la contestualizzazione culturale del riccio. Il valore del riccio di mare è indissolubilmente legato alla cultura e all’ambiente fisico e socio-economico del luogo di provenienza. Finché l’allevamento non dà i frutti sperati, si potrebbero vietare i vasetti, limitare la commercializzazione ai ricci vivi, venduti vicino a dove sono stati pescati. Aprire un riccio è come aprire un piccolo scrigno di essenze di mare, del nostro mare. C’è chi dice che i turisti vengono d’estate e non possono assaggiare i nostri prodotti. I turisti vengano d’inverno, è un’occasione per destagionalizzare. Portiamoli a pesca, con sa cannuga e il batiscopio artigianale come si faceva un tempo: un secchio con il fondo di vetro. Facciamo loro aprire e mangiare i ricci che hanno pescato, spalmati su una fetta di civraxiu e con un bel bicchiere di nieddera rosato fresco. Sono cose che valgono più, anche economicamente, di mille vasetti di ricci congelati. Si parla tanto di pescaturismo, ma non si riesce quasi mai a realizzarlo. Diamo il meritato valore alle esperienze, al mare, alla nostra cultura e all’economia del Territorio.

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