Per approfondire la recensione al film Le ragazze del coro, abbiamo rivolto qualche domanda al regista Gian Paolo Vallati.
In che modo ha trasformato l'Oristanese da semplice ambientazione a elemento narrativo del film?
L'ambiente in cui vivo e le persone che lo abitano sono sempre la mia principale fonte d'ispirazione. Il mio primo film era ambientato a Trastevere, nel centro di Roma, e quel rione era quasi un coprotagonista della storia. Abitando ormai da dieci anni a Oristano, mi è sembrato naturale raccontare una vicenda nata dalle esperienze vissute in Sardegna. Per chi fa cinema, però, è importante non confondere il racconto con la cronaca. Chi narra storie deve saper cogliere ciò che è meno evidente, quello che non compare nei telegiornali, e trasformarlo in materia narrativa capace di coinvolgere il pubblico.
Come ha equilibrato la leggerezza della commedia con l'impostazione autoriale del cinema indipendente?
Anche se scrivo e dirigo i miei film, non mi sono mai sentito un autore. Preferisco definirmi un artigiano del cinema, perché vivo la realizzazione di un film in modo molto personale: pochi mezzi, un gruppo ristretto di collaboratori fidati e totale libertà creativa. La commedia è il genere che sento più vicino alle mie corde e che, almeno spero, mi riesce meglio. È un cinema che richiede di mettersi al servizio della storia e degli attori, rinunciando spesso a virtuosismi o dimostrazioni di bravura tecnica. Non mi interessa stupire il pubblico con effetti di regia: il mio obiettivo principale è non annoiarlo, cercando leggerezza senza cadere nella superficialità.
Da dove nasce l'idea di intrecciare archeologia, tombaroli e vita quotidiana?
La storia nuragica mi affascina da quando mi sono trasferito in Sardegna. Vivo in campagna, a pochi chilometri dagli scavi di Mont'e Prama, e ogni giorno passo davanti a quei luoghi. Attraverso i racconti di amici ho ascoltato storie incredibili di reperti trafugati, ritrovamenti casuali e luoghi considerati magici: materiale prezioso per un soggetto cinematografico. Inoltre, l'esperienza nel carcere di Massama, dove ho tenuto per circa un anno un corso teorico-pratico di cinema, mi ha permesso di conoscere tanti ragazzi detenuti che hanno ispirato il personaggio di Nanni, protagonista del film interpretato da Alessandro Cossu.
Che ruolo ha avuto la componente musicale del coro Pop Cor nella costruzione del ritmo del film?
La prima scintilla del film è nata qualche anno fa, durante una rassegna di cori sardi al Parco dei Suoni di Riola Sardo. L'emozione provata quella sera mi è rimasta dentro a lungo, finché ho deciso di trasformarla in una storia: quella di un coro amatoriale, con i suoi conflitti, le difficoltà e i traguardi conquistati con fatica. Il Pop Cor di Oristano, diretto da Sara Careddu, ha partecipato con grande generosità alle riprese. Per tutti è stata un'esperienza impegnativa: ripetere le scene più volte, da angolazioni diverse e in modo frammentato, può essere molto stressante. Ma alla fine credo che il lavoro fatto insieme abbia dato ottimi risultati, e vedere tutto sullo schermo ha ripagato la fatica di ciascuno.
* A cura di Franca Mulas
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