Venerdì, 24 Maggio 2019

Progetto1

Qualcuno li chiama penitenti, qualcun altro incappucciati, a Riola Sardo sono conosciuti come baballottis, appellativo la cui origine è avvolta nel mistero...

di Erika Orrù

In sardo campidanese con tale termine si tende solitamente a indicare gli scarafaggi o, più genericamente, qualsiasi insetto che cammina per terra. Presenze suggestive, quasi spettrali, senza identità e senza tempo, che trasudano spiritualità; in passato il loro nome veniva spesso invocato per incutere paura ai bambini particolarmente vivaci e disubbidienti.

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I baballottis non appartengono ad alcuna confraternita, sono fedeli giovani, meno giovani e bambini che - per devozione, per lo scioglimento di un voto o semplicemente per mantenere viva una tradizione di famiglia - fanno la loro apparizione il Venerdì Santo (Canàbara Santa), giorno in cui si celebra il dramma della Passione e Morte del Cristo, nonché culmine del triduo pasquale. Non si hanno notizie certe sulla prima comparsa de is baballottis a Riola; ciò che resta, anche se abbastanza poco, è in mano agli anziani, gli unici depositari della memoria. La loro presenza non è diffusa ovunque, nei paesi limitrofi, ad esempio, non vi è alcuna traccia; i più conosciuti in Sardegna sono is baballottis di Iglesias che indossano i guanti bianchi e tengono in mano sa varitta, il bastone in legno nero.

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L’abito ricorda le cappe indossate dai flagellanti medievali, i Disciplinati, che praticavano l’autoflagellazione in pubblico per patire le stesse flagellazioni di Cristo Passione - trovando talvolta sollievo nel dolore - e mostrare in maniera più concreta la propria contrizione. Ancora oggi, durante la Settimana Santa (Sa Chida Santa), nonostante la Chiesa sia piuttosto critica nei confronti di certe pratiche, in alcuni centri del Sud Italia sono reiterati rituali di flagellazione che sostanziano la teatralizzazione del sangue, basti pensare alle processioni, in Calabria, dei vattienti a Nocera Terinese (CZ) e dei battenti a Verbicaro (CS), o ancora ai battenti di Guardia Sanframondi (BN), nel Sannio. Altrove, tale pratica è diffusa soprattutto nei paesi di cultura latina (Spagna, Portogallo ed in quasi tutti i paesi sudamericani) e in alcuni paesi asiatici (Filippine, Indonesia) nei quali i fedeli espiano i loro peccati con riti abbastanza cruenti.

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I baballottis riolesi indossano una tunica bianca, la cui lunghezza copre il polpaccio, stretta in vita da un lungo cordone bianco che oltre a cingere i fianchi stringe anche il copricapo all’altezza del collo per mantenerlo ben saldo. Sono scalzi, il volto è coperto da un cappuccio - in segno di penitenza - che lascia visibili solo gli occhi. Si travestono durante la celebrazione della funzione religiosa nella sagrestia e, dopo il rito toccante de Su Scravamentu– la rimozione del simulacro dalla croce e la sua deposizione nella lettiga (Sa lattera) - si palesano per dare inizio alla processione per le vie del paese portando a turno sulle spalle la croce lignea che pesa 50 kg.

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baballottis sono seguiti dal simulacro del Cristo e della Vergine Addolorata vestita a lutto, che porta sul capo la corona di spine del figlio e ai piedi, in un vassoio, i chiodi tolti al Cristo.

I due simulacri sono trasportati rispettivamente dalle confraternite dello Spirito Santo (Spiridu Santu) e del Rosario (S’Arrosàriu), le quali sono scortate dalle Anime (Is Animas). Il Cristo è accompagnato in processione anche dalle prioresse (Is priorìssas) e da alcuni bambini che impersonano San Giovanni, Maria Maddalena e gli Angeli. La tradizione prevede che, durante la processione, tutti gli incappucciati, bambini compresi, sorreggano, anche se per un breve tratto, la croce ligneaper espiare i propri peccati. Il passaggio della croce tra is baballottis non è disciplinato da regole precise, tuttavia ognuno si ripropone di portarla, nel corso degli anni, in tutte le stazioni della via Crucis per compiere interamente il cammino penitenziale; perciò chi l’anno precedente si è gravato del suo peso nel tratto processionale corrispondente alla terza stazione, l’anno successivo chiederà il cambio alla quarta stazione e via discorrendo, per poi iniziare daccapo una volta ultimato il percorso doloroso di Cristo.

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Il corteo procede a passo lento, solo per un breve tratto is baballottis percorrono la strada di corsa distaccandosi dal gruppo: abbandonano la processione canonica e il suo incedere per correre in via Regina Elena, una strada in controsenso, e per parte di via Roma, ricongiungendosi ai fedeli all’altezza di via Carlo Alberto. Il motivo non è chiaro, si fa da sempre così, probabilmente per rispettare l’antico e più lungo cammino processionale. La loro corsa deve avere un ritmo sostenuto perché devono farsi trovare nel punto esatto prima che arrivino gli altri per mantenere il ruolo di capifila. Una volta arrivati in Chiesa, dopo aver riposizionato la croce, si dispongono ai lati della navata centrale per accogliere la lettiga; il cappuccio verrà sollevato leggermente per baciare il Cristo, ma tolto esclusivamente in sagrestia per preservare l’anonimato.

Il corteo rappresenta non solo il martirio, ma anche una tradizione che si tramanda di generazione in generazione. Le campane tacciono in segno di lutto, l’atmosfera di intenso misticismo, profonda spiritualità e cordoglio è enfatizzata dalla tarda ora, dal canto malinconico dei fedeli che partecipano attivamente intonando is cozzus e dal silenzio assoluto osservato per celebrare un rito immutato da secoli: il funerale di Gesù (S’interru).

Photo credits: Francesco De Faveri

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