Lo Stretto di Hormuz: per alcuni, fino a qualche settimana fa, era un braccio di mare nel Golfo Persico, intorno a cui in passato imperversavano i pirati. Dalla fine di febbraio, però, siamo più documentati.
* di Mauro Solinas
E così sappiamo che si tratta di una rotta commerciale molto importante, in quanto transita lì circa un quinto della produzione mondiale di petrolio.
E, nel caso dell’Italia, anche buona parte del gas naturale che alimenta le centrali elettriche e le industrie nazionali. La guerra in atto ha portato con sé notevoli difficoltà di approvvigionamento, con conseguenze ben note, tra cui l’aumento del prezzo dei carburanti alla pompa.
Hanno fatto in fretta: questo il pensiero di molti, e, in effetti, la speculazione non si è fatta attendere. Ma accanto al fenomeno speculativo potrebbe presentarsene uno ancora più preoccupante. Bisogna sapere che tutti i Paesi consumatori di petrolio greggio o raffinato hanno delle riserve strategiche, cioè delle scorte per i periodi di crisi: i Paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (tra cui l’Italia) sono obbligati per legge a tenere delle riserve pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette.
Si tratta di circa 1,5-1,8 miliardi di barili, che, pur servendo a sostituire le importazioni in caso di crisi, hanno uno scopo che va ben oltre: quello di avere il tempo di gestire la situazione evitando il crollo. Novanta giorni non sono pochi, ma cosa succede quando le settimane iniziano a passare e la situazione non si sblocca? I mercati iniziano a calcolare in quale giorno le scorte si esauriranno, e da quel momento il prezzo si impenna, andando alle stelle anche se le riserve sono ancora abbondanti.
Il nostro Paese ha un problema in più, visto che le scorte obbligatorie riguardano il petrolio e non il gas, che l’Italia importa in gran parte dal Qatar. Meno gas, infatti, significa anche prezzi più alti per l’energia elettrica. Tra tutte le conseguenze delle difficoltà nello Stretto, poi, una è particolarmente subdola. I fertilizzanti azotati, indispensabili per la produzione agricola, sono derivati dal gas naturale, e la crisi finirebbe inevitabilmente per riflettersi anche sui prezzi dei cereali (grano, riso, mais, orzo…), con le conseguenze già viste nel 2007-2008.
Difatti, anche se l’Italia è il primo produttore europeo di frumento (e anche il primo produttore mondiale di pasta), con 1,147 milioni di ettari coltivati e una produzione di 3,8 milioni di tonnellate, importa pur sempre oltre il 40% del proprio fabbisogno di grano duro e oltre il 60% di quello tenero.
La crisi impatterebbe sulle tasche dei consumatori attraverso l’aumento del costo di pane, pasta, farina, ma colpirebbe pesantemente anche le esportazioni, rendendo meno convenienti i prodotti nazionali. C’è inoltre il caso particolare della nostra Isola: per alcuni comparti dell’economia sarda, le esportazioni verso il Golfo Persico sono assai significative, rappresentando il terzo principale mercato di quanto venduto all’estero. Si parla di un valore di circa 900 milioni di euro, parecchio di più, in termini percentuali, rispetto alla media italiana.
Si tratta principalmente di prodotti manifatturieri, ma anche chimici, e poi macchinari e pietre lavorate: le mancate esportazioni potrebbero incidere fino a 150 milioni di euro, andando a impoverire importanti settori produttivi regionali, con significativi riflessi sull’occupazione. L’auspicio è che la pressione internazionale e la diplomazia possano fermare il conflitto, pur nelle attuali difficoltà della cooperazione multilaterale.
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