Mercoledì, 08 Aprile 2026

 

E se, in questo tempo stanco e ferito, tornassimo davvero a guardare a Francesco d’Assisi? Mentre un nuovo fronte di guerra si è aperto in Medio Oriente e la tensione in Eurasia allarga la rete dei Paesi coinvolti, mentre il mondo sembra incapace di pronunciare un sincero e coraggioso No netto alla violenza, verbale e armata, il messaggio di Francesco, così simile a quello dei nostri figli, scandalizzati da come stiamo guidando il mondo, torna a irrompere con una forza che non ha perso nulla nei secoli.

di Simona Scioni

Viviamo immersi in un flusso continuo di notizie che ci assuefà e ci inaridisce. Le Olimpiadi, simbolo di pace e di incontro, appena concluse, sono già state sommerse da nuove bombe e da nuove paure. Ogni tentativo di pace per la guerra in Ucrania e Palestina, le cui cronache qualcuno ha forse ritenuto ci avessero forse un po’ annoiato, dopo due anni di torture e soprusi, o forse, ha ritenuto opportuno distrarci con spettacoli ancora più aberranti in una pedagogia del terrore e dell’orrore proprio quando neppure la propaganda più tracotante stava svelando l’imbarazzante verità trilussiana, prima ancora che giornalistica o politica, che la guerra è un gran giro de quatrini che prepara le risorse pe’ li ladri de le Borse.

E intanto, generiamo scandalo. Ci interroghiamo su come educare i nostri figli, deleghiamo a terzi tante responsabilità tutte nostre, educhiamo al non immischiarti, denunciamo anche al cinema la schiavitù del bisogno di stabilità del posto fisso.

Chiediamo di cambiare classe se nostro figlio capita con troppi compagni non sufficientemente performanti, mandiamo a processo l’ex enfant prodige Mark Zuckerberg, creatore di Facebook e oggi proprietario anche di Instagram, perché i suoi algoritmi condizionano troppo i più giovani, e non ci pare in contraddizione la nostra assenza di gestione del loro comportamento, anche se non solo li sappiamo benissimo iscritti ai social, ma siamo, spesso, persino reciprocamente seguaci! In taluni casi, sappiamo essere tanto incoerenti da guardare come degli originali o fuori tempo chi sceglie di non far regalare un cellulare ultimo modello alla Prima Comunione quasi fosse un assioma oramai consolidato.

E in tutto questo gran chiasso, in questo gran sgomitare e rimbalzare di responsabilità, mi pare ci si stia dimenticando la domanda chiave: che cosa significa oggi essere artigiani di pace?

Pace in noi, intorno a noi, nei nostri piccoli mondi, nel nostro lavoro e nel mondo. È qui che Francesco d’Assisi diventa attuale. Attualissimo. Francesco era già un uomo ai suoi tempi. Oggi, sarebbe considerato un ragazzo che, finito il suo percorso di studi universitario, si apre alla vita da adulto.

Doveva avere circa 25 anni quando scelse la sua strada. Il suo gesto di deporre le vesti ai piedi del padre, non fu un atto teatrale, ma una dichiarazione radicale. Al business dei comuni, della borghesia che si affermava in un mondo di una nobiltà che cambiava essenza, lui risponde con la propria non disponibilità.

Non giudica chi corre e fa carriera, ma non fa per lui. Non giudica chi combatte e parte per le guerre, ma non fanno per lui. Francesco sceglie di vivere in pace e di conciliarsi con Dio e ciò che Dio ha donato. Con lui il gruppo di amici e amiche si fa sorelle e fratelli. Il bisogno di essere vero, semplice, diretto, libero da artifici, si fa sempre più folto.

Non è forse ciò che ci chiedono i nostri figli e figlie? Non è che ci riferiscono chi dice di capire i giovani? Semplicità, coerenza, lealtà, umiltà, qualità della presenza. Ed allora ecco che tutto torna. Il mondo può cambiare solo se cambiano le nostre aspettative, le nostre scelte, le nostre compagnie. Francesco non fuggì dal mondo. Lo attraversò con una libertà che nasceva dalla povertà del superfluo e dalla ricchezza del cuore. Scelse la leggerezza che non è superficialità, ma trasparenza.

Scelse la gioia come testimonianza. Scelse la fraternità come politica. Una politica che traspare nella didattica applicata alle arti che connotano la letteratura francescana in pittura, scultura, architettura, nel loro ruolo di mediatori sociali e politici in favore degli ultimi, della precarietà e del pellegrino.

E mentre oggi ci chiediamo come educare i nostri figli in un tempo che li vuole stanchi, increduli, silenziosi, Francesco ci ricorda che l’educazione non è un programma, ma una compagnia. La stessa che lui creò con i suoi amici e le sue amiche, diventati Francescani e Clarisse. Una compagnia semplice sine glossa, senza sovrastrutture e senza inganni.

Il suo testamento è tutto lì. Nel Cantico delle Creature. Nella richiesta di essere deposto sulla nuda terra. Non per estremismo, ma per coerenza. Non per rinuncia, ma per libertà. E mentre le guerre di oggi ci tolgono il fiato e la speranza di essere incisivi, il Giubileo dedicato a Francesco ci invita a tornare all’essenziale. Al servizio. Alla cura. Alla fraternità. Alla pace che non è un’utopia, ma un lavoro quotidiano.

Francesco non ci chiede di essere eroi. Ci chiede di essere veri. E di scegliere, ogni giorno, da che parte stare. Dalla parte della vita, della terra, della relazione, della parola che costruisce e non ferisce. Il suo messaggio non è un ricordo del passato. È una strada per il presente. È un appello per il futuro.


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