Venerdì, 24 Maggio 2019

Progetto1

Soltanto fino a pochi decenni fa, nelle famiglie sanveresi, durante il periodo quaresimale, si poteva assistere ad un curioso intreccio di arte, tradizione popolare e devozione...

a cura di Sara Diana

Il periodo dell’anno in cui si avvertiva con più forza la sacralità del pane eucaristico coincideva con una produzione particolare del pane quotidiano, alimento principe in tutte le case.

Per scandire il tempo quaresimale, era usanza impastare pani caratteristici, che venivano consumati soprattutto dai bambini e dai ragazzi.

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Giuseppina Pisanu, nata negli anni difficili della Seconda guerra mondiale, ha appreso fin da giovanissima l’arte della panificazione, che continua a praticare settimanalmente anche oggi.

Quanti anni avevi quando hai imparato a fare il pane in casa?

Le prime volte in cui ho aiutato mia madre e le mie zie avrò avuto 12, 13 anni… Il pane si faceva di sabato e doveva durare per tutta la settimana. Ci alzavamo prestissimo, alle tre del mattino.

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Il pane del periodo quaresimale e pasquale era diverso, molto particolare. Che ricordi hai di queste preparazioni speciali?

Per ogni settimana della Quaresima, oltre al pane crivazu e al pani setti, che venivano consumati tutto l’anno, si preparava un coccoi di semola diverso. Ogni pane era un simbolo delle letture delle domeniche di Quaresima. Un pane aveva la forma di una fune, come quella usata per flagellare Gesù. C’erano altri simboli di Cristo e del martirio, come su pischi e la corona di spine.

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Noi bambini aspettavamo soprattutto la quinta domenica, perché veniva preparato Su Lazzaru. Il pane aveva la forma di un omino. E sopra l’uomo di pane, coperto da bende, c’erano anche pezzettini di pasta molto piccoli, come i vermi del corpo di Lazzaro in decomposizione. La domenica delle palme il pane era più ricco, una piccola focaccia farcita con l’uva passa. La trama della copertura ricordava gli intrecci delle palme.

La ricchezza delle forme del pane delle feste trovava poi la massima espressione nel coccoi pintau, che conteneva l’uovo, simbolo di rinascita. Decorato con fiorellini, foglie, uccellini di pasta, e preparato per essere consumato proprio in occasione della festa di Pasca manna.

Pane pasquale poteva essere anche la pudda priutza, un pane modellato a forma di gallina, con un uovo inserito nel ventre, donato ai bambini della casa e alle figliocce da parte delle madrine.

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Quando lo si mangiava?

Lo mangiavamo il giorno di Pasqua e il lunedì dell’Angelo, durante una scampagnata nei dintorni del paese, insieme a qualche pardula; quel poco di festeggiamento che le ristrettezze della guerra e degli anni successivi ci consentivano… Inutile dire che le uova di cioccolato non esistevano.

Anche se la corrispondenza tra i simbolismi dei pani e le letture quaresimali non è perfetta, anche se i ricordi diventano nostalgici e a volte un po’ sbiaditi, certamente le testimonianze che ancora abbiamo ci aiutano a ricostruire una tradizione antica, dove la religiosità e la fede accompagnavano i gesti e i lavori quotidiani, dove i simboli della penitenza, della sofferenza e della rinascita erano vivi e parte integrante delle esperienze di fede e dove, in una semplice arte effimera, si incontravano in modo suggestivo il cielo e la terra, il sacro e il profano.

Photo credits: Sara Diana

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