Venerdì, 19 Luglio 2019

Progetto1

In Sardegna, secolari tradizioni di origine spagnola si fondono con antichissime usanze religiose locali, dando origine a riti e processioni suggestive che rendono la Settimana santa un’esperienza intensa ed emozionante...

di Laura Mastinu

Anche a Milis, gli antichi riti rappresentano un saldo legame con il passato. Sa Chida Santa fa memoria della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo, conservando gli aspetti essenziali grazie anche al ruolo importante delle Confraternite, che da sempre curano l’organizzazione delle sacre rappresentazioni.

A Milis le Confraternite compaiono già nel 1754, quando quando si comincia a riportare nel registro dei defunti la presenza di confratelli che accompagnavano i morti al camposanto.

Le associazioni erano due: la Confraternita dello Spirito Santo e quella del Rosario, nate con lo scopo di creare un gruppo fidato che amministrasse i beni, specialmente terreni donati in forma di legati di culto; le rendite poi venivano utilizzate per eventuali restauri della chiesa, manutenzione e acquisto di arredi sacri, paramenti liturgici e spese della confraternita.

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Avevano quindi un discreto potere economico, che le rendeva organismi attivi; la responsabilità di gestione era affidata a un priore. La Confraternita del Rosario possedeva i terreni agricoli più produttivi, come gli agrumeti: pertanto era quella con maggiore potere economico e decisionale. In Quaresima, però, la Confraternita dello Spirito Santo riteneva di essere la più rappresentativa nella comunità, in quanto custodiva le insegne più importanti per la Settimana santa. Tra queste, forse la più prestigiosa è Su puddu.

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Si tratta di un’insegna a forma di croce, che racconta per spunti di immagini la Passione di Cristo, a cominciare appunto dall’immagine del gallo. Il gallo richiama al rinnegamento di Pietro, che per paura mente e fugge quando il Cristo viene crocifisso. Quando il gallo per tre volte cantò, Pietro si sentì raggelare e pianse per aver tradito il maestro. Nell’insegna, la simbologia continua con la canna, dove la spugna imbevuta di aceto ci riporta al tentativo beffardo di dissetare il Signore sofferente che chiedeva da bere; con la lancia che trafisse il costato; le mani che lo percossero senza ritegno insultandone il corpo già martoriato; i chiodi usati per crocifiggerlo e le scale utilizzate per deporre il corpo dalla croce.

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L’importante simbologia ha reso questa croce l’insegna maggiore tra quelle utilizzate nella Settimana Santa; l’ambizione di possederla per dimostrare l’egemonia di un’associazione nei confronti dell’altra è la motivazione che spinge a compiere un furto.

Il priore del Rosario, con il consenso della sua Confraternita, commissiona un furto: un membro dell’associazione viene investito del ruolo di ladro e mandato a rubare Su puddu nella chiesa dell’altra Confraternita. Insieme all’antichissima Croce, alle scale e alla lettiga di Gesù, i confratelli dello Spirito Santo custodiscono gelosamente anche Su puddu. Custodirlo è quasi una rivalsa sul potere economico degli altri.

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La domenica prima della Benedizione delle Palme, un confratello si prepara: indossa l’abito bianco e si copre il volto con il cappuccio. Spinto dalla bramosia di possedere Su puddu, intorno all’una di pomeriggio esce dalla chiesa parrocchiale. La piazza e le vie sono quasi deserte e silenziose, tutti si sono ritirati per il pranzo domenicale. Come un autentico ladro, si introduce nella chiesa di Santa Vittoria e ruba l’insegna per portarla nella sua chiesa. Durante il tragitto da una chiesa all’altra procede con passo spedito. Anticamente, chi si accorgeva di lui non lo lasciava andare senza prima averlo preso a sassate e averlo ingiuriato: “Lardo(n)i, torrandi Su puddu!” (Ladro, riporta Su puddu dove lo hai preso!). A quel punto, il ladro ancora più celermente raggiunge la chiesa Parrocchiale, si avvicina all’altare maggiore, si inginocchia e recita una preghiera. Poi deposita l’insegna nella Cappella del Rosario e ai confratelli che si complimentano con lui risponde: “Ei(s) biu ca si dd’apu fatta a ndi furai Su puddu?” (Avete visto che ce l’ho fatta a rubare Su Puddu?). Questo tradizionale rito si ripete ancora oggi nel silenzio dell’ora del pranzo. Muta solo in alcuni aspetti legati alla curiosità che spinge a voler riconoscere il ladro, a vedere e fissare le immagini con foto e riprese.

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Intanto l’insegna resta lì, nella cappella del Rosario, per essere utilizzata nei riti della Settimana Santa. Si comincerà il giovedì Santo, quando farà la prima comparsa tra le mani dei confratelli autori del furto: con la Croce in testa, la processione andrà verso la chiesa di Santa Vittoria a prendere il Cristo crocifisso, che verrà portato in Parrocchia dalle due confraternite. Da questo momento in poi, l’insegna de Su puddu aprirà tutti i cortei e le processioni della Settimana Santa, assumendo un ruolo di prestigio che quasi ne giustifica il furto.

I riti popolari a Milis continuano il Venerdì santo con S’iscravamentu, antica ed emozionante rappresentazione della deposizione del Cristo dalla Croce, la cui atmosfera di morte e cordoglio è assai toccante. Segue la Processione del Cristo morto che viene portato al sepolcro, la chiesa di Santa Vittoria, seguito dal simulacro di Maria vestita a lutto insieme al discepolo Giovanni, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Qui l’insegna de Su puddu è ancora in primo piano, ma una volta giunti alla chiesa verrà depositata e custodita fino alla quaresima successiva, pronta per essere nuovamente “rubata” per rivivere ancora l’antica tradizione de Sa fura. Dopo la deposizione del Cristo morto, Maria silenziosamente viene riaccompagnata alla chiesa parrocchiale.

Photo credits: Gabriele Tola, Alessandra Sanna

 

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