di Giulio Gaviano
Designa quelle palline marroni, di consistenza feltrosa, che si trovano comunemente nelle spiagge. In Sardegna vengono chiamate “palle marine” probabilmente per due motivi. Il primo è la forma, quasi sferica. Il secondo è il materiale di cui sono fatte, cioè fibra di posidonia, la pianta marina con le foglie verdi a forma di nastro, che tanti chiamano erroneamente “alghe”.
Spesso la posidonia morta si accumula sulle spiagge, si secca e si sminuzza, riducendosi in pagliuzze: in sardo palla marina cioè paglia marina. Verosimilmente, la spiaggia di Su Pallosu, nella penisola del Sinis, deve il suo nome alla posidonia.
Come avviene la formazione degli egagropili?
Da bambini ce lo siamo sempre chiesti, ma non c’era internet per cercare la spiegazione e neppure sull’enciclopedia c’era la voce “palle marine”. Ci si accontentava di raccoglierle dalla spiaggia, inzupparle nell’acqua per appesantirle e giocare a lanciarsele addosso.
Oggi è sufficiente digitare su google “palle marine”: il primo risultato è la voce egagropilo di wikipedia.

Le palline si formano per l’azione delle onde. Sul fondale, le foglie morte si sfilacciano, si sfibrano e si aggregano nella risacca. Pian piano si formano egagropili di dimensioni sempre più grandi. Poi la risacca li butta sulla spiaggia, dove si asciugano.

Oggi c’è il problema dell’inquinamento e anche in Sardegna le correnti marine portano molta plastica. A volte, le microplastiche vengono inglobate negli egagropili.

Il caso che trattiamo in questo articolo, però, è molto particolare. Il mare di Is Arenas ha restituito la testolina di una bambola di gomma dura. Fin qui niente di strano ma, a ben guardare, l’oggetto è molto curioso. Non sappiamo dove e quando la bambola o la sua testa sia finita in mare, ma verosimilmente le onde devono averla cullata sul fondale piuttosto a lungo, mentre pian piano fra i capelli si insinuavano pezzetti di posidonia. Sembra aver rotolato talmente tanto che, quando l’ultima onda l’ha buttata in spiaggia, aveva cambiato acconciatura. Chissà, forse erano gli anni ’70, perché ha un caschetto liscio,sfilato sui lati, castano paglierino, compatto e feltroso.

La storia può suscitare un sorriso, ma allo stesso tempo fa riflettere.
Quanto impiega la natura ad assimilare la plastica e quanto può resistere l’ecosistema ai ritmi di inquinamento attuali?
Sulla spiaggia di Is Arenas, esposta ai venti del quarto quadrante, il maestrale ha depositato negli anni tonnellate di plastica di tutte le dimensioni. Si trovano contenitori con scritte in catalano, turco, francese, tedesco…

Dove finisce la spiaggia e inizia la vegetazione permanente si è formata una parete in cui le plastiche si sono stratificate.

In certi punti, la sabbia è un miscuglio multicolore dove è difficilissimo distinguere le microplastiche dagli elementi naturali. Ad occhi inesperti il problema è già molto difficile da risolvere. Certamente non si può prendere un setaccio gigantesco, metterci dentro tutta la spiaggia, filtrarla e rimetterla al suo posto.

In attesa di approfondire questi argomenti con chi ha conoscenze specifiche, possiamo almeno usare meno oggetti di plastica possibile e stare attenti a dove finiscono dopo l’utilizzo. Sabato 11 maggio scorso, 130 volontari hanno pulito oltre 300 metri di spiaggia, in una giornata promossa da Ichnusa, la birra di Sardegna, in collaborazione con Legambiente Sardegna, Cagliari Calcio e Dinamo Sassari.
Curiosità
La testa della bambola, che per comodità potremmo chiamare Marina (di cognome Palla) è del tutto simile a quella di Rapaciña, bambola lanciata dalla fabbrica spagnola F.A.M.O.S.A nel 1965 e rimasta sul mercato una decina d’anni.

Possibile che Marina abbia più di 40 anni? Se qualche lettore dovesse riconoscerla, lo invitiamo a darci informazioni più precise.

Photo credits: Giulio Gaviano. Le ultime due foto sono tratte dal sito todocoleccion.net
Vedi anche questo sito: http://elbaulddelosrecuerdos.blogspot.com/2017/09/rapacina.html