di Giovanni Enna
Fu capitale del regno assiro mentre regnava Sennacherib. Contrariamente a ciò che si sarebbe tentati di credere, le opinioni religiose degli archeologi che hanno condotto campagne di scavi nel Medio Oriente, non hanno alterato il valore scientifico dei risultati ottenuti. Forse è temerario affermare che la Bibbia, grazie all’archeologia, è stata quasi del tutto confermata. Ma bisogna riconoscere che alcune scoperte recenti apportano testimonianze favorevoli alla veridicità del testo Sacro. Nel 1872 l’inglese G. Smith fece un annuncio strabiliante: su una tavoletta ritrovata a Ninive decifrò una leggenda molto simile a un racconto biblico. La piccola tavola, in scrittura cuneiforme, versione assira, riferisce l’evento del Diluvio nell’epopea di Gilgamesh, la cui origine risale al XVII secolo a.C.. L’episodio di Noè non era privo di fondamenta. Lo studioso sapeva che i Babilonesi avevano tradizioni somiglianti agli eventi narrati nel libro della Genesi, ma si riteneva che risultassero posteriori alla permanenza degli Ebrei a Babilonia (597-538 a. C.). Il contenuto della tavoletta riaprì la ricerca. In essa si narra di una nave poggiata sui monti Nizir (a oriente di Ninive) e l’impossibilità di trovare un approdo. Il ricercatore capì di aver scoperto una parte del racconto caldeo della Genesi, in particolare la storia di Noè, patriarca biblico che, per salvare l’umanità dal Diluvio, aveva costruito un’arca. Successivamente, l’archeologo inglese scoprì, nello stesso reperto, descrizioni della Torre di Babele. Altri scavi effettuati dal 1928 in Mesopotamia, a Ur e a Kish (città sumere), permisero di raggiungere, dopo vari strati di vasellame e di cocci, un enorme sedimento di argilla, depositato dall’acqua su un letto di sabbia fine, misto a conchiglie di acqua dolce, sotto il quale si scoprirono le vestigia di una antica civiltà. I giornali di allora non esitarono a proclamare che era stata comprovata la storicità del Diluvio Universale. Lo strato sedimentario non poteva che essere il livello causato dal diluvio. Non pochi archeologi manifestarono perplessità. Non si trovarono resti di un diluvio universale comprendente (quasi) l’intera Mesopotamia meridionale. Tuttavia, successive ricerche appurarono che vi furono grandissime inondazioni in due località: a Ur e a Kish. L’archeologo L. Wolley (1880-1960) scoprì, dopo alcuni strati sedimentari, un grande banco d’argilla perfettamente intatto, omogeneo per tutta la sua estensione, dallo spessore di un metro e mezzo, che non poteva non rappresentare il sedimento provocato da un immenso volume d’acqua, più o meno violento, di uno o entrambi i fiumi mesopotamici. Nessuna crescita naturale di un corso d’acqua avrebbe potuto lasciare un deposito enorme come questo accumulo. L’esistenza di questo banco dimostra che un’interruzione violenta si è verificata nello sviluppo della cultura indigena. Un’intera civiltà sembra che sia stata risucchiata dalle acque. Un tale cataclisma, accompagnato da grandi perturbamenti, impressionò tanto le successive generazioni che lo tramandarono mediante la letteratura cuneiforme accadica. La data esatta del diluvio resta incerta (per alcuni, intorno al 3000 a. C.).