Venerdì, 19 Luglio 2019

Progetto1

 Fresco di Medaglia Cangrande ricevuta al Vinitaly di Verona, premio consegnato alla figura che si è distinta maggiormente per aver valorizzato e promosso la cultura vitivinicola della sua regione, l'enologo di Arborea Piero Cella, figlio e nipote d'arte, rimane con i piedi per terra...

a cura di Alberto Medda Costella

Cordiale e disponibile, mi dà appuntamento un sabato mattina, nella sua cantina didattica Quarto Moro di Arborea. La musica classica in sottofondo. Le botti, le bottiglie e i libri alle pareti. Chiunque si sentirebbe a proprio agio in un ambiente di questo tipo. L'intervista può iniziare con le premesse migliori.

Quali requisiti occorrono per raggiungere traguardi nel campo delle vitivinicoltura?

Dopo aver viaggiato e osservato altri territori e comunità agricole, posso dire che l'organizzazione porta serenità. Terra - uomini e donne - conoscenza e condivisione - portano a percorsi di vita ed economici di grande valore. Dove trovo equilibrio e solidarietà, generalmente riscontro ricchezza e benessere, dallo stato sociale a una distribuzione razionale del reddito. Dopodiché, può essere uva trasformata in vino, pesce o ortofrutta, ma anche cultura...l'effetto non cambia, ma alla base occorre una regia competente e illuminata.

Un esempio?

Il riferimento è sicuramente la Francia. Un sistema organizzato per territori. La sostenibilità di una comunità è fondamentale. In Borgogna si fa l'agricoltura più semplice in sintonia con l'ambiente. È il territorio più ricco a livello di vini. Un caposaldo dell'enologia mondiale, dove esistono i sindacati, quelli veri, che lavorano nell'interesse dei propri associati.

In Italia ci sono realtà che possono essere prese ad esempio?

Quando mi confronto con produttori di altre zone, da quelle del Barolo a quelle del Chianti classico fino alla realtà del Trevigiano, anche loro, come noi, non sono molto contenti della politica. Eppure stiamo parlando di eccellenze. So che discutono molto, ma l'obiettivo lo raggiungono.

Qual è la situazione in Sardegna?

Abbiamo qualche problema, nonostante sia un territorio ricchissimo di biodiversità, di originalità di sapori e di storie. Ancora però non riusciamo a usare la stessa lingua e la stessa energia, probabilmente a causa di precedenti storici poco edificanti. Per essere credibili bisogna essere onesti e lavorare in trasparenza.

Anche attraverso la figura di tuo padre, che è stato l'enologo della Cantina Sociale di Arborea, hai visto l'evoluzione del mondo del vino in Sardegna. Quanto c'è da fare ancora?

C'è da dire che già dagli anni '20 i nostri vini erano presenti nei migliori ristoranti d'Italia. La cantina di Arborea è stata la prima a vendere nell'isola il vino in bottiglia. Fino agli anni '50 e '60 si è prodotto tanto, grazie anche al sostegno degli Enti di Assistenza (prima Etfas, poi Ersat). Poi il crollo. Negli anni '90 la ripresa, con una ricerca di vini strutturati, per poi decollare nel 2000 con la nuova era del vino: il ritorno alla terra, con persone competenti in tutte le fasi della lavorazione. In Francia c'è anche un modello di comunicazione del vino.

Cos'è il marchio?

Significa promuovere e lavorare insieme, dando servizi a un territorio. Peraltro, con altre persone stiamo dando vita a un'entità nuova, un'associazione tra produttori, che non è un consorzio e che comprende tutto l'Oristanese. Si condivide la promozione, ma si fanno anche ragionamenti di impresa, dalla produzione fino alla formazione delle nuove generazioni. Si trasmetterà così cultura non solo ai locali, ma anche al turista sempre più attento alle peculiarità enogastronomiche di un territorio.

Avete scelto anche un nome?

"Piacere degli Arborea". Siamo nella food valley della Sardegna. Qui c'è tutto. Abbiamo qualità, dal riso all'ortofrutta, fino al vino. Occorre però lavorare insieme per far conoscere le nostre eccellenze.

La decisione di aprire la cantina ad Arborea da cosa nasce?

Da enologo che lavora anche per altre cantine dico che nasce dalla necessità di sperimentare e di provare con le proprie mani il rischio dell'impresa. Ho potuto farlo con la persona di cui mi posso fidare, cioè mia moglie Luciana. In questa cantina ci sono tutti i nostri risparmi. Dall'altra parte l'esperienza educativa di Luciana che ha sempre sognato di avere una fattoria didattica. Contiamo di metterla in pratica acquistando qualche appezzamento di terra proprio ad Arborea, reimpiantando nuovamente le viti di sangiovese e trebbiano che un tempo caratterizzavano il paesaggio della bonifica. E poi c'è il coinvolgimento dei figli. Ci piace pensare che tutto quello che abbiamo sacrificato per acquisire conoscenza possa diventare un capitale economico e di esperienza per loro, per i nipoti e, perché no, anche per i miei compaesani.

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