Giovedì, 23 Maggio 2024

Nessuno di noi lo fa volentieri, eppure talvolta è indispensabile: andare dal medico, oppure in ospedale, iniziare una terapia, sottoporsi a un intervento. Purtroppo, anche se raramente, in diverse fasi della pratica medica può capitare un errore: si tratta di situazioni in cui si verifica un’omissione di intervento o un intervento inappropriato, tale da causare un fatto clinicamente significativo a danno del paziente, influenzandone salute e benessere.

di Mauro Solinas, avvocato


Naturalmente non tutti gli eventi avversi sono attribuibili a errori, ma solo quelli che potevano essere evitati. Può trattarsi di un’errata diagnosi o prescrizione terapeutica, oppure della gestione inadeguata di procedure mediche: in pratica, di una deviazione da quelle condotte che sono generalmente ritenute appropriate.

Volendo schematizzare, l’errore medico può essere diagnostico, quando il sanitario non identifica correttamente una malattia o ne sottostima la gravità; terapeutico, se coinvolge la somministrazione di trattamenti sbagliati o la gestione inadeguata delle terapie prescritte; chirurgico, quando si verifica durante un intervento chirurgico; di somministrazione di farmaci, con errori nella prescrizione, dosaggio o somministrazione dei medicinali; di gestione delle informazioni cliniche, in quanto può portare a decisioni errate basate su dati clinicamente inesatti; di informazione del paziente, quando il medico non gli fornisce informazioni complete e comprensibili sulle opzioni di trattamento, rischi e benefici, potendo così comprometterne il consenso informato.

Talvolta l’errore non ha conseguenze apprezzabili, ma ci sono casi in cui, invece, il paziente subisce un danno, che può essere biologico se egli ha subìto una lesione a livello corporeo o mentale; patrimoniale se si riferisce alle spese mediche sostenute a seguito dell’errore, o alla perdita di guadagno; morale in quanto connesso alle sofferenze psicofisiche patite; e infine esistenziale quando coinvolge la sfera dell’esistenza, che può subire un impatto significativo a lungo termine. Occorre considerare che la responsabilità della struttura medica è generalmente ritenuta contrattuale (si tratta del cosiddetto contratto di spedalità), a differenza di quella del medico, scelto dalla struttura per effettuare la prestazione sanitaria al paziente: in questo caso, non essendoci un contratto fra medico e paziente, la sua responsabilità viene detta extracontrattuale.

La distinzione è importante nel momento in cui si affronta l’aspetto del danno: qualora ci sia stata una pattuizione individuale, e cioè un accordo diretto fra paziente e medico (pensiamo agli esempi, oggi frequentissimi, nel campo della medicina estetica), anche la responsabilità di quest’ultimo viene considerata contrattuale. Se si verifica un danno, il paziente (così come i suoi familiari in caso di decesso) può avere diritto a un risarcimento. Per ottenerlo deve dimostrare l’esistenza del rapporto tra le azioni del medico o della struttura, ritenute erronee, e il danno stesso.

Se formula la richiesta nei confronti della struttura sanitaria, il paziente non è però tenuto a dimostrare l’errore medico, ma è la struttura stessa a dover provare di avere agito correttamente, o a dover dimostrare che l’inadempimento (o l’adempimento inesatto) è stato determinato da una causa imprevedibile e inevitabile. Se invece il paziente rivolge la richiesta al medico, deve anche dare prova dell’esistenza del fatto illecito, e cioè dimostrare l’errore che egli ha commesso.

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