Lunedì, 16 Settembre 2019

Progetto1

Ogni anno, in prossimità dell’8 marzo si ripresentano le consuete polemiche sulla necessità di celebrare o meno la Giornata Internazionale della Donna...

di Erika Orrù

Sembra assurdo e anacronistico che nel 2019 si debba festeggiare una ricorrenza nata più di un secolo fa per promuovere i diritti e le pari opportunità, ma le continue rivendicazioni e gli stessi fatti di cronaca attestano che ha indubbiamente ragion d’esistere.

La festa della donna rappresenta un appuntamento di riflessione e di mobilitazione contro la violenza e le discriminazioni di genere, un giorno per gridare a piena voce la voglia di emancipazione sociale a 360° e reclamare i propri diritti senza scadere in stucchevoli panegirici sull’importanza della donna nell’ordito sociale.

Se per anni l’8 marzo ha perso il suo significato impegnato in funzione di degenerazioni commerciali e consumistiche, diventando soprattutto un’occasione per festeggiare con le amiche, oggi ha riconquistato la sua connotazione politica e rappresenta un giorno per celebrare le battaglie vinte e quelle ancora in corso, un giorno per ricordare gli sforzi e le numerose lotte sociali e politiche affrontate per ottenere una presunta parità di genere.

I chilometri da macinare sono purtroppo tanti, anche se di strada ne è stata fatta. In Italia la Giornata Internazionale della Donna fu celebrata per la prima volta, per iniziativa del Partito Comunista d'Italia, il 12 marzo 1922; la prima domenica successiva all'8 marzo, data in cui a San Pietroburgo, nel 1917, furono proprio le donne a guidare una storica manifestazione in piazza per rivendicare la fine della guerra.

Solo una volta terminata la Seconda Guerra Mondiale e caduto il regime fascista, ostile a tale ricorrenza considerata di sinistra, la festa della donna fu celebrata in tutta l'Italia e non solo nelle zone dell’Italia libera com’era avvenuto nel 1945.

L’8 marzo 1946 rappresenta una data storica: non solo fu celebrata la prima festa della donna dopo la fine della guerra, ma due giorni dopo, le donne, che avevano appena conquistato il diritto al voto (1 febbraio 1946), si sarebbero recate per la prima volta alle urne per le elezioni amministrative. Occorreva individuare un simbolo floreale da distribuire in dono per festeggiare. Fu scelta la mimosa: non un semplice omaggio, ma emblema di impegno politico, sociale e di autoaffermazione, un fiore scelto dalle donne per le donne. Dietro tale scelta ci furono Rita Montagnana, Teresa Mattei e Teresa Noce.

mimose

Le tre dirigenti dell’UDI (Unione Donne Italiane) si opposero alla proposta di Luigi Longo, vicesegretario del Partito Comunista, che, sulla base del modello francese, consigliò la violetta, fiore con una lunga tradizione nella storia della sinistra europea, ma costoso e difficile da trovare, soprattutto in un Paese che dopo la guerra versava in condizioni economiche poco agiate. Da qui la necessità di suggerire una valida alternativa: la mimosa, un fiore economico, popolare e collettivo, che fiorisce tra febbraio e marzo, rigoglioso e facilmente reperibile in tutte le campagne italiane, anche nei terreni più aridi; un fiore povero, decisamente più adatto alla ricorrenza, apparentemente delicato, ma tenace proprio come le donne. “La mimosa - come affermò successivamente in un’intervista Teresa Mattei - era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette. Mi ricordava la lotta sulle montagne e poteva essere raccolto a mazzi e gratuitamente”.

Per rendere più convincente la sua proposta, come lei stessa ammise anni dopo, Mattei si inventò un’antica leggenda cinese densa di fascino, secondo cui la mimosa rappresenterebbe il calore della famiglia e la sensibilità femminile. L’idea piacque a tutti tranne alle socialiste che indicarono le orchidee come fiore-simbolo delle donne. La decisione fu sottoposta a votazione, l’esito è noto a tutti. Dichiarò Teresa Mattei in un’intervista: “Quando nel giorno della festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa, penso che tutto il nostro impegno non è stato vano”. Se l’8 marzo rappresentava nel 1946 un nuovo inizio in un’Italia libera, a distanza di più di settant’anni questa data rappresenta una martellante richiesta d’aiuto in un’Italia sessista che fatica a cambiare e ad intervenire adeguatamente nella tutela dei diritti delle donne. Solo quando le mimose perderanno la loro valenza simbolica e politica, sarà davvero un buon 8 marzo.

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