Mercoledì, 23 Ottobre 2019

Progetto1

Diciamo anzitutto che l’argomento di questo nostro intervento, il Silenzio nelle azioni liturgiche, è una tra le più importanti novità della Riforma Liturgica voluta dai Padri del Concilio Vaticano II...

di Tonino Zedda

Prima della Riforma e precisamente nel Messale di San Pio V (Messale tridentino), le rubriche non prescrivevano alcun tipo di silenzio e nessuna pausa durante la celebrazione eucaristica. Gli unici momenti nei quali il sacerdote era invitato a fare una breve pausa si trovavano nel Canone, al momento della commemorazione dei vivi e dei defunti, col chiaro fine di creare un piccolo spazio personale di preghiera per i morti e per i presenti. Nell’Ordo Missae appariva il richiamo al silenzio con l’indicazione sub silentio riferita all’Amen del Padrenostro, nella liturgia del Venerdì Santo, che il sacerdote doveva dire sub silentio. I fedeli però avevano sempre l’impressione di vivere lunghi spazi di silenzio durante la Messa, soprattutto in quella letta. Ciò viene dal fatto che numerose preghiere venivano pronunciate dal celebrante submissa voce(sottovoce), le cosiddette secrete. L’esigenza di distinguere bene il ruolo del sacerdote da quello dei fedeli portò all’esigenza di far pronunciare le orazioni in latino in modo che la Messa restasse un rito da rispettare, i fedeli dovevano vivere il senso del mistero stando appunto completamente zitti. La prima vera apparizione del silenzio liturgico si ebbe con la riforma della Veglia pasquale voluta da Pio XII nel 1951: fra i famosi Flectamus genua e Levate, tutti i presenti erano invitati a pregare in silenzio per un certo tempo. Si tratta di una restaurazione perché il tempo di preghiera in silenzio esisteva già nelle liturgie antiche. Nel corso dei secoli questo breve intervallo era stato abbandonato e si assisteva a uno strano e contradditorio invito: non si finiva di dire Flectamus genua che già si diceva Levate. Il Messale di Giovanni XXIII (1962) prescrisse che la processione d’entrata dell’ufficio della Passione del Signore venisse fatta in silenzio. I fedeli venivano invitati a mettersi in ginocchio durante questo rito per compiere una vera adorazione per qualche minuto in silenzio: per la prima volta venivano date indicazioni a rispettare dei tempi di silenzio. Col nuovo Messale Romano (di Paolo VI), finalmente il silenzio entra a far parte integrante della celebrazione, rispondendo così alla volontà dei padri conciliari: Si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio (SC 30). È la prima volta che il silenzio trova realmente posto in un documento ufficiale della liturgia. La Costituzione liturgica lo presenta come una preziosa modalità di partecipazione attiva dei fedeli. Nella terza edizione del Messale la parola silenzio, che nella precedente versione ricorreva 12 volte, ora vi ricorre 23 volte. La natura del silenzio varia a seconda del momento della celebrazione a cui si fa riferimento. Ci sono silenzi di raccoglimento, silenzi di meditazione, silenzi di lode e di preghiera. Bisogna però stare attenti ad alcuni silenzi (che io chiamo pericolosi perché non solo non servono nell’azione rituale ma rischiano spezzarla, di mortificarla). Per esempio, fare un tempo di silenzio prolungato dopo la consacrazione non è opportuno perché la Preghiera Eucaristica è un tutt’uno e costituisce essa stessa un atto di adorazione. Oppure quando l’assemblea non risponde o non canta, e allora la celebrazione diventa un lungo monologo, del presbitero, freddo e noioso.

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