Martedì, 19 Marzo 2019

Progetto1

 

Ci sono interlocutori che in poco tempo riescono a catturare magicamente l'attenzione di chi ascolta e riescono a trasmettere passione e sentimento, curiosità e sete di sapere. Piero Cella è una di queste persone: apprezzato enologo dell'Azienda Contini di Cabras e della cantina Su Entu di Sanluri, cresciuto tra i profumi dell'uva e del mosto dei vigneti di Arborea, raffinato artigiano del vino...

a cura di Federica Deiala

Ciò che traspare a chi lo ascolta è l'amore incondizionato per la terra e per le vigne, l'instancabile voglia di sperimentare, conoscere, condividere una passione coltivata prima di lui dal nonno e dal padre, enologo della Cantina Sociale di Arborea.

Noi de L'Arborense lo abbiamo incontrato e insieme a lui, immersi nell'affascinante mondo della viticoltura, abbiamo viaggiato con la fantasia tra vigneti in fiore e grappoli d'uva, discusso delle problematicità del settore vinicolo e delle eventuali idee per migliorare e valorizzare un territorio dalle potenzialità economiche ed imprenditoriali ancora inespresse.

Sei cresciuto nel mondo della viticoltura. Generazioni di enologi: prima tuo nonno, poi tuo padre. Qual è il ruolo dell'enologo in una azienda? E com'è cambiata nel tempo questa figura?

Si può dire che sono cresciuto tra i vigneti. M'incuriosiva tutto cio che aveva a che fare con quel mondo e alla fine sono andato fuori dalla Sardegna a studiare viticoltura. L'enologo è senza dubbio una figura importante in un'azienda vitivinicola. È colui che segue tutto il processo produttivo, che sperimenta, che propone, che trascorre spesso le notti in bianco. Intorno agli anni '50 la figura dell'enologo valeva poco; la persona più importante nell'azienda era il fattore che si occupava di tutta la parte tecnica. Negli anni '70 un lampo di genio: i marchesi fiorentini Antinori e Frescobaldi iniziarono a sperimentare, a impiantare vitigni come il Merlot o il Cabernet, non propriamente tipici del territorio, utilizzando tecniche francesi. E così anche la figura dell'enologo negli anni è cambiata notevolmente.

L'enologo è un libero professionista che presta la propria professionalità e la propria l'esperienza a diverse aziende. Non vedi concorrenza o conflitto di interessi in tutto questo?

Assolutamente no. Anzi...la mia esperienza viene messa ogni giorno a disposizione di tutti. Grazie al mio lavoro ho la fortuna di dialogare ogni giorno con donne e uomini che si occupano di viticoltura. È un continuo scambio di idee e di esperienze e se incontro qualcuno che può insegnarmi qualcosa: ben venga! Penso che per crescere e migliorarsi, le aziende dovrebbero imparare a condividere molto di più.

Cosa significa per Piero Cella fare impresa?

Per fare impresa occorrono tante cose. Ma credo che la mentalità imprenditoriale sia fondamentale. E l'organizzazione. Nelle aziende per cui ho lavorato e per cui lavoro, compresa la mia cantina Quartomoro di Sardegna, che conduco con mia moglie e mio figlio, ho necessità di avere di fronte a me persone preparate, attente ai cambiamenti, pronte ad affrontare i problemi che purtroppo a volte possono sorgere. Un'azienda funziona quando tutti sono sereni e gratificati professionalmente. E poi è necessario puntare sull'Università e investire in sviluppo e ricerca: chi non investe nella ricerca è destinato a fallire.

Come vedi la Sardegna da questo punto di vista?

La Sardegna ha potenzialità enormi: un territorio meraviglioso, una importante tradizione enogastronomica. Ciò che manca è l'approccio imprenditoriale. Abbiamo tradizioni millenarie che non riusciamo a raccontare e facciamo veramente poco per promuovere i prodotti della nostra terra nel modo giusto. Lo scorso anno, in occasione della XXX Rassegna del Vino Novello a Milis, è stato presentato un progetto a cui tenevo molto: Sardegna Wine Cluster, che aveva l'ambizione di raggruppare tutte le parti interessate della filiera del vino in Sardegna ma che purtroppo, a causa del lassismo e della incapacità di condividere, non si è concretizzato.

Un esempio da seguire?

L'Alto Adige. Le strutture funzionano con efficienza e i produttori si sentono gratificati. Le piccole aziende sono supportate dalla Regione e della Provincia di Bolzano. E poi sono bravi a promuovere il loro territorio.

E fuori dalla penisola?

Dopo tanti anni di lavoro nel mondo del vino sono stato finalmente a Jérez de la Frontera, una città dell'Andalusia, nel sud della Spagna. Lì si produce un tipo di vino simile alla nostra vernaccia. Ma loro utilizzano una tecnica differente. Utilizzano una scorciatoia: vendemmiano quando l'uva è ancora acerba e poi ci aggiungono l'alcool, raggiungendo in poco tempo ciò che noi otteniamo con la maturazione, dunque con tempi molto più lunghi. E poi la Francia. Se in una annata come questa avessimo avuto un Cabernet o un Merlot nella pianta, avremmo avuto tutta un'altra vendemmia: sono uve più semplici da coltivare, modificate e migliorate negli anni dai Francesi mentre le nostre uve sono più vulnerabili.

Si prospetta comunque una buona produzione?

Sì. La produzione sta andando bene nonostante l'uva sia arrivata alla vendemmia molto indebolita da mesi di piogge intense e improvvise. Poi è normale: quando un'azienda inizia a collezionare successi, attira su di se sguardi e aspettative importanti. E cresce il desiderio di fare del proprio meglio e di superare se stessi, soprattutto se oltre alle mani nei vigneti ci metti testa e cuore.

Photo credits: Giulio Gaviano

 

 

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