Martedì, 27 Settembre 2022

Terminata velocemente la pausa estiva, riprendiamo il nostro piccolo contributo per aiutare le comunità e i singoli cattolici a comprendere meglio e a cercare di rendere più viva, consapevole e piena la nostra partecipazione alla vita liturgica delle nostre assemblee...

di Tonino Zedda

Giunti alla lettera R del nostro ABC, credo possa essere utile riflettere su una dimensione fondamentale della liturgia che, in buona sostanza, costituisce la sua essenza: il rito.

Poniamoci una domanda: che cosa è un rito?

Anzitutto possiamo dire che il termine non è specifico della vita cristiana, ma è stato ripreso dalla Chiesa ed è stato utilizzato con una grande ampiezza di significato conservando anche lati oscuri e, in qualche modo, anche non poche ambiguità. Il termine rito nasce e conserva sempre un profondo senso religioso, legato ad azioni di impronta cultuale. Storicamente tale termine è sinonimo di cerimonia, di prescrizioni e dei costumi legati alle celebrazioni. Con il rito la Chiesa dei primi secoli indicava alcune piccole celebrazioni liturgiche come il rito dell’aspersione dell’acqua o il rito di aggiungere l’acqua nel vino nella Santa Messa. Poi inizia a indicare una cerimonia di culto, cioè un insieme di norme che strutturavano una celebrazione, come il rito del Battesimo e anche la stessa Messa; o addirittura, veniva indicato l’insieme della liturgia stessa, come il rito romano, il rito ambrosiano (a Milano) etc. Alla fine del secolo XII, col papa Celestino III, questo termine viene usato per indicare l’insieme delle norme e dei comportamenti che bisognava osservare attentamente per evitare di mischiare elementi tipici di altre tradizioni. Celestino III si oppose risolutamente al tentativo, portato avanti da alcuni vescovi greci, di introdurre costumi e modalità elleniche nel culto latino. In seguito la parola viene sempre più usata per indicare tutta la comunità che osserva tali leggi, disciplina e liturgia. Appare, dunque, il senso di Chiesa particolare. Dal secolo XVII si diffonde sempre più questo termine legato alle chiese particolari: avremo quindi un Rito latino, un Rito armeno e un Rito greco, nel senso di identificare le liturgie particolari delle varie Chiese. Sarà il Concilio Vaticano II a usare questo termine con due accezioni differenti, o per meglio dire, in due modi complementari. Il Vaticano II attribuisce un nuovo significato al termine rito, pur conservando anche il significato tradizionale ricevuto dal passato. Da una parte il decreto conciliare sulle Chiese Orientali, al n° 3 dà una definizione ben precisa del termine rito: Queste Chiese particolari, sia dell’Oriente che dell’Occidente, sebbene siano in parte tra loro differenti in ragione dei cosiddetti riti – cioè per liturgia, per disciplina ecclesiastica e patrimonio spirituale. Con il termine “rito” si indica, dunque, l’insieme del patrimonio liturgico, disciplinare e spirituale di una chiesa particolare. Il Concilio Vaticano II continua però anche a usare il termine indicando anche l’insieme degli atti liturgici che costituisce una determinata azione, ad esempio: rito della Confermazione; oppure rito dell’Ordinazione. Dall’altra il Concilio Vaticano II adopera il termine anche come sinonimo di Chiesa particolare che celebra con determinate peculiarità. In seguito il Codice di Diritto Canonico del 1983 semplifica la terminologia dando un solo e unico senso al termine chiesa particolare cioè la diocesi, mentre con il termine rito si intendono le celebrazioni liturgiche.

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