Martedì, 19 Marzo 2019

Progetto1

ABC… della Liturgia. Spunti di riflessione e qualche consiglio per le nostre assemblee. G come gesti liturgici:il significato di alcune azioni che compiamo nelle celebrazioni...

di Tonino Zedda

Durante le celebrazioni liturgiche, vengono compiuti alcuni gesti rituali. Essi divengono importanti e significativi solo se ne comprendiamo pienamente il significato. Alcuni riguardano esclusivamente chi presiede la celebrazione, ma l’assemblea, comprendendone in pieno il significato, è chiamata a celebrarli cioè a renderli significativi e operanti.

Lavarsi le mani: chiamato tradizionalmente lavabo dopo l’offertorio è uno dei gesti molto semplici, ma anche molto trascurati, compiuti spesso in modo maldestro, con poca autenticità ed espressività, o addirittura omessi, anche se il nuovo Messale Romano lo prescrive come obbligatorio (cfr. OGMR 76). Questo gesto è entrato nella celebrazione dal lontano IV sec. Non è stato introdotto semplicemente per la necessità di lavarsi le mani, ma per esprimere il desiderio di purificazione interiore (OGMR 76) di cui il sacerdote ha bisogno per iniziare la seconda parte della celebrazione, quella più strettamente eucaristica. Il gesto è accompagnato da alcune parole, profondamente bibliche e perciò assai significative, dette sottovoce: Lavami, Signore, da ogni colpa; purificami da ogni peccato. Perché questo gesto abbia un minimo d’efficacia espressiva è richiesta però una condizione: deve essere ben fatto! Il Messale Romano non dice più di bagnarsi le dita (di solito il pollice e l’indice), ma di lavarsi le mani con un rito che sia vero e non troppo stilizzato (OGMR 76). Se il gesto deve essere simbolico, il simbolismo dell’abluzione è dato da una vera abluzione e non dal tentativo di avvicinare le dita all’acqua. Non si può compiere bene questo gesto del lavabo con gli strumenti di prima: un’ampollina d’acqua – usata anche per aggiungere acqua al vino del calice e per la purificazione dopo la Comunione – non può favorire un gesto appropriato di purificazione delle mani. Sarebbe più decoroso e significativo servirsi di una brocca, un catino e un asciugamano, di sufficienti proporzioni per rendere vera e visibile l’azione. Bagnare le punta delle dita in un recipiente e asciugarle con un pannolino insignificante – e non sempre pulito – non può mai essere segno autentico di purificazione. I riti devono poter significare gli atteggiamenti interiori a cui ci vogliono educare. L’OGMR dice a chiare lettere che: il sacerdote, stando a lato dell’altare, si lava le mani con l’acqua versatagli dal ministro, dicendo sottovoce: «Lavami, Signore da ogni colpa, purificami da ogni peccato»” (n. 145). Perché sia recepito dall’assemblea questo gesto dovrebbe essere compiuto in modo visibile al popolo e non nascosto dietro l’altare. A parte questo gesto simbolico, ci sono altri gesti di lavarsi le mani da parte del vescovo o del sacerdote che hanno però un carattere solo funzionale: dopo l’imposizione delle mani o le unzioni sacramentali, l’imposizione delle ceneri, l’incensazione delle oblate o la lavanda dei piedi. Prima di prendere in mano l’ostia da consacrare o da distribuire ai fedeli: è indispensabile lavarsi bene le mani anche con sapone o limone. Anche astergersi le mani dopo la distribuzione della Comunione (soprattutto se si dà la Comunione in bocca) è puramente funzionale (anche se rimane un gesto facoltativo, cfr. OGMR 278).Mentre il lavabo all’offertorio ha un alto valore penitenziale, le altre abluzioni sono solo un fatto squisitamente igienico, segno comunque di grande rispetto per l’assemblea.

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