Domenica, 11 Aprile 2021

In continuità con gli spunti di riflessione proposti in questa nostra rubrica nelle ultime settimane, vorrei riprendere il discorso sul ministero (prezioso e delicato) di coloro che nell’assemblea liturgica svolgono il servizio di proclamare la Parola di Dio...

di Tonino Zedda

Nell’assemblea radunata nel nome di Cristo, la proposta di Dio e la risposta di fede della comunità sono rese udibili per mezzo di uno strumento molto umano: la parola. Come nel passato, anche oggi la parola giunge attraverso la mediazione di chi se ne fa servitore: la Parola di Dio celebrata nell’assemblea liturgica è sempre una parola incarnata nella persona del lettore che la proclama e nell’assemblea che l’accoglie. Il lettore, istituito o di fatto, è il ministro della proclamazione della Parola: deve appunto proclamare, cioè dire a voce alta, a nome di un Altro, a favore degli altri. Il significato profondo del termine proclamazione è molto vicino al termine risurrezione: la testimonianza, sepolta nella pagina scritta, risorge e si fa di nuovo parola viva. Anche nel dialogo tra Dio e l’uomo occorre attivare bene la mediazione: chi esercita questo ministero dovrebbe avere chiara la percezione di un grande senso di responsabilità. La Parola di Dio è troppo preziosa per la Chiesa: Parola di Dio perciò non può essere sprecata per improvvisazione, perché si chiama il primo disponibile; né per disattenzione o superficialità, perché la lettura è frettolosa, con dizione approssimativa o dialettale; né per infantilizzazione perché si ricorre a lettore-baby. L’atto dell’annuncio è troppo importante per essere sprecato. Il lettore dovrebbe attivare una mediazione obiettiva e umile; non dovrebbe attirare su di sé l’attenzione dei fedeli con toni retorici, drammatici, patetici, da attore. Al lettore (umile e consapevole) del suo ministero deve interessare solo che il messaggio che porta possa essere ascoltato e accolto. Perciò deve far di tutto per rendere possibile l’ascolto e la comprensione, sapendo che una lettura puntuale e chiara esalta la parola; una lettura sciatta o puerile la vanifica; una riconosciuta testimonianza di vita la rafforza; la palese contraddizione con la condotta morale la indebolisce. Detto ciò vorrei esaminare brevemente i compiti e la figura del lettore. Anzitutto una premessa: la Liturgia riformata dal Vaticano II ipotizzava che nelle comunità (anche le più piccole) venisse istituito il gruppo dei Lettori (SC 28), meglio ancora se composto da Lettori istituiti,cioè riconosciuti idonei e incaricati dal vescovo diocesano, con apposito rito liturgico, a svolgere il delicato servizio della proclamazione della Parola di Dio. Purtroppo perdura in tutta la Chiesa un insopportabile ritardo, in merito all’accesso a questo ministero da parte delle donne… ancora purtroppo solo gli uomini possono essere istituiti (in modo stabile) nel ministero del lettorato… il ministero di fatto (grazie a Dio) dice il contrario: la stragrande maggioranza dei lettori delle nostre comunità parrocchiali sono donne. È un’esigenza ecclesiale veramente imprescindibile, se si vuole realizzare la vera Liturgia riformata dal Concilio: L’assemblea liturgica non può fare a meno di Lettori, anche se non istituiti per questo compito specifico (OLM 52). In questo senso, ogni comunità cristiana dovrebbe preoccuparsi di dare una risposta ben precisa a tale esigenza perché, senza Lettori, si impoverisce il tessuto ecclesiale della ministerialità liturgica e la celebrazione della Parola di Dio rischia di essere monopolizzata dal presbitero-celebrante. (1- continua)

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