Mercoledì, 19 Dicembre 2018

 Giudizio è un termine dalla doppia valenza: da una parte esso sta a significare quella capacità che permette di compiere la scelta più giusta, dall’altra indica la categorizzazione qualitativa alla quale è sottoposto l’oggetto di una discussione; in soldoni, la possibilità di dare una valutazione soggettiva in base alla propria esperienza...

È possibile affermare che il giudizio è fondamentale per affrontare i vari bivi che si presentano durante la vita; del resto, coloro i quali sono ritenuti capaci di compiere spesso le scelte giuste sono detti “giudiziosi”.

“Giudiziosi” certamente non lo sono stati i sei giovani che, a causa di un debito di poche centinaia di euro, si sono macchiati del sangue di un loro amico, segnando indelebilmente anche la loro vita. C’è, però, una seconda faccia della medaglia, la tragedia ha, infatti, coinvolto la popolazione di tutto il centro Sardegna. È proprio in questi piccoli centri abitati che le notizie si sono diffuse con la rapidità di un pettegolezzo e, esattamente come questo, si sono evolute.

Ed ecco come dalla prima definizione di giudizio si passa alla seconda. La tragedia si trasforma in un caso mediatico. La massa, magari per estraniarsi dall’accaduto o più semplicemente per metabolizzare il lutto collettivo, ha iniziato a giudicare la vittima e i colpevoli e a gettare fango sulle loro famiglie.

I sei giovani assassini sono così diventati l’incarnazione del male, un capro espiatorio sul quale sfogare la frustrazione di una società incapace di rendersi conto che, in fin dei conti, è essa stessa la causa di tutta questa tragedia. Spesso, infatti, ci si dimentica che, prima di essere assassini, questi ragazzi sono anzitutto persone. È indubbio che essi siano colpevoli di una violenza che è così grave da sembrare inspiegabile ma, se non siamo in grado di comprenderla, cosa ci autorizza a giudicare chi l’ha commessa?

Davanti a questa disgrazia, il rispetto e la vicinanza alle vittime che portano questo macigno devono essere i valori più importanti. L’essere “giudiziosi” e non “giudici” la base da cui trarre un insegnamento costruttivo per far sì che queste sciagure non si ripetano.

Antonio Mascia, IV D liceo Ghilarza

Photo credits: Chiara Dessì

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