Sabato, 16 Maggio 2026

 

La semina per la prossima stagione risicola si avvicina, così come il momento giusto per fare le dovute analisi di prospettiva su uno tra i comparti di maggior eccellenza dell’Oristanese. Ne abbiamo parlato con Tonino Sanna, risicoltore e presidente di Confagricoltura Oristano.

Cosa rappresenta il comparto risicolo per il distretto agricolo dell’Oristanese?

Si tratta di un comparto importantissimo, con circa 3300 ettari di superficie (dei 3700 su base regionale) assicurata con costanza e una leggera crescita, registrata a ogni stagione, delle estensioni lavorate. Muove un’economia rilevante recuperando aree che si possono utilizzare solo con questa coltura. Si tratta, inoltre, di una tradizione che da meno di un secolo caratterizza sempre più l’agricoltura locale. Le imprese coinvolte, con il 96% nel solo Oristanese, sono oltre 60 con circa 300 addetti. C’è poi tutto l’indotto, legato soprattutto alla componentistica meccanica e ai prodotti agro-sanitari, che muove diversi milioni di euro.

Quanto stanno incidendo le guerre mediorientali sui costi delle materie prime?

Le crisi mediorientali stanno portando alle stelle i prezzi con rialzi tra il 40% e il 50% per carburanti e fertilizzanti. Gli elementi minerali di questi ultimi, soprattutto quelli a base azotata, sono prodotti nel Golfo Persico per circa la metà del fabbisogno globale. L’augurio è che queste turbolenze geopolitiche rientrino quanto prima, altrimenti i rincari andranno a scaricarsi sui produttori primari e infine sui consumatori. Ad aggravare la situazione ci sono le scelte tutte sarde come la proposta di Enas di aumentare del 25% i costi dell’acqua grezza in agricoltura.

In che termini è concorrenziale il sistema produttivo asiatico su quello UE?

I nostri competitor asiatici hanno costi di manodopera molto inferiori e anche condizioni di lavoro poco attente a chi opera in campagna, compreso lo sfruttamento minorile e, non da ultimo, l’uso di fertilizzanti che nell’Unione europea sono vietati per la tutela della salute umana. Il riso consumato in Europa è condizionato anche dalla produzione di varietà come il basmati e i risi lunghi che, negli ultimi decenni, stanno sbarcando nel nostro continente seguendo i gusti alimentari dei migranti in arrivo dall’Asia. Paesi come Myanmar, Thailandia, Cambogia e Vietnam sono in cima alla classifica degli esportatori verso l’UE.

Come costruire la reciprocità negli scambi economici internazionali?

Non è un problema competere con altri mercati, ma lo si deve fare ad armi pari, con regole condivise e una reciprocità che equilibri i rapporti soprattutto sul piano sanitario, della qualità delle produzioni e dei diritti sul lavoro. Il confronto tra sistemi agricoli ha da un lato, nelle aree extra europee, estensioni terriere enormi che facilitano le programmazioni colturali, mentre nel vecchio continente abbiamo realtà più piccole e compresse con maggiori difficoltà nelle pianificazioni aziendali.

Il riso nella Politica agricola comunitaria?

La programmazione UE sconta oggi un taglio del 20%, destinato alla difesa militare comune, e ogni aggiornamento tende sempre a ridurre il budget relativamente agli andamenti dell’inflazione, con stanziamenti non adeguati a un mondo che va avanti. E questo determina instabilità e preoccupazione.

Cosa fare con la crisi climatica?

Il ragionamento sul clima va affrontato subito, poiché i primi a pagare il cambiamento sono gli agricoltori. È necessario che la politica crei luoghi di confronto per condividere informazioni e strategie tra tutti i portatori di interesse: Assessorati e Agenzie regionali, Università e centri ricerca della Sardegna e d’oltremare, associazioni agricole. Il clima deve essere un nostro alleato e non solo un elemento di rischio che condiziona sempre in negativo il comparto. Le imprese agricole vanno tutelate anche con strumenti assicurativi nuovi per gli agricoltori e sul piano energetico con investimenti adeguati sul fotovoltaico, così da avere costi contenuti e piccole integrazioni al reddito.

* di Pietro Calvisi


Circa il 96% della produzione risicola sarda, che si attesta da anni intorno ai 3700 ettari, si trova nell’Oristanese; la parte restante è invece coltivata nel territorio di San Gavino Monreale. Il comparto isolano vanta qualità produttive elevate e realtà di eccellenza soprattutto nel riso da seme, che viene ricercato anche dalle aziende d’oltremare.

Tale punto di forza è certamente, secondo gli esperti, frutto del clima che favorisce raccolti di riso senza particolari difetti. Per affrontare a tutto tondo lo stato di salute del settore regionale non si può fare a meno del punto di vista dell’Ente nazionale risi, incaricato della tutela e del monitoraggio sul comparto.

Oggi in campagna – ha spiegato Giuseppe Pisuttu, del Servizio assistenza tecnica per la Sardegna dell’Ente – c’è molta preoccupazione sulla stagione in arrivo, soprattutto per due criticità: la crisi internazionale in Medioriente, con il conseguente forte aumento dei costi dei fertilizzanti, dei carburanti e dell’energia, e il basso prezzo di mercato che sta registrando il risone. Un quadro che sta condizionando la programmazione della semina e della riconferma degli ettari solitamente lavorati. La situazione di incertezza – ha aggiunto Pisuttu – è ancora più forte verso la stagione 2027, qualora i costi di produzione non dovessero scendere.

Un timore che sta portando diversi risicoltori a parlare di un mondo a rischio di forte ridimensionamento o addirittura di scomparsa nel medio periodo, così come è successo per i produttori sardi di barbabietola. Le superfici agricole coltivate a riso – ha ricordato Pisuttu – non si prestano solitamente ad altre colture ed è per questo che hanno una valenza, oltre che produttiva, anche ambientale nel tutelare aree che altrimenti riprenderebbero il loro stato naturale di zone umide.

Si tratta di fragili ecosistemi capaci di contenere l’avanzata delle acque saline e quindi l’impoverimento delle campagne, che dobbiamo preservare nell’interesse delle comunità e del territorio.

* di Pietro Calvisi 


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