Al rientro dal Giubileo dei Giovani di Roma 2025 abbiamo rivolto alcune domande a don Marco Ruggiu coordinatore del gruppo arborense per la PGV diocesana.
Quella del Giubileo dei Giovani è stata una tra le tue prime esperienze vissute da sacerdote? Con quali sentimenti hai vissuto questo momento?
Ho vissuto questo Giubileo con sentimenti di gratitudine e con molta emozione. In particolare al Circo Massimo dove, in occasione delle confessioni, stavolta sono stato dall'altra parte rispetto alla GMG del 2016, a Cracovia, in Polonia, quando come penitente, grazie alla confessione fatta, presi coraggio per entrare in Seminario, abbandonando le mie incertezze e sicurezze di quel periodo.
Dovendo individuare un momento che ha davvero smosso i cuori dei giovani, quali individueresti tra i tanti vissuti a Roma?
Tra tutti i momenti ne individuo due. Il primo è la Veglia a Tor Vergata, il culmine di una settimana faticosa ma intensa e coinvolgente. Era un momento atteso, bello, dove i giovani hanno potuto incontrare il Papa, ascoltare le sue parole, riflettere con lui e poi pregare davanti al Santissimo Sacramento. I giovani sono rimasti colpiti dal silenzio assordante, per poi liberarsi, al termine della Veglia, con lacrime di gioia e di commozione per aver affidato al Signore i loro desideri e le loro intenzioni. Hanno pianto, si sono tutti abbracciati, si è davvero fatto gruppo e fraternità: in quel momento si sentivano abbracciati dal successore di Pietro e hanno potuto respirare un’aria nuova di Chiesa. L’altro momento che, a mio parere, ha colpito i giovani, ma ha colpito anche me, è stato quando papa Leone è arrivato a Tor Vergata per la Veglia. È arrivato con largo anticipo, quasi due ore prima: si vedevano i giovani, compresi i nostri, correre da una parte all'altra dei settori per potersi avvicinare il più possibile al Papa, intercettare il suo sguardo, catturare un suo sorriso. Lì ho pensato: che cosa smuove un giovane di 16, 18, 30 anni e lo fa correre per incontrare il Papa? C'è tanto bene da riscoprire nei nostri giovani che cercano un punto di riferimento, qualcuno in cui possano sentirsi accolti, sentirsi ascoltati, sentirsi amati: probabilmente hanno visto nel successore di Pietro quello sguardo, quel sorriso, quella presenza forse di Gesù.

Don Marco e don Emmanuele Deidda (PGV Ales-Terralba) consegnano a Papa Leone la maglietta del gruppo
I ragazzi hanno molto gradito la vostra presenza di sacerdoti che si sono fatti allo stesso tempo divertenti compagni di viaggio e seri riferimenti spirituali. Confermi questa lettura? Hai percepito di cosa hanno bisogno i giovani nello stare con voi preti?
Sì, confermo. I ragazzi hanno gradito, ma anche noi sacerdoti siamo stati bene, si è creato davvero un buon rapporto tra noi. I giovani sono stati bene, hanno percepito che eravamo lì non solo come giovani, ma anche per essere guide per loro. Siamo stati costantemente presenti per guidarli ma abbiamo anche cercato di testimoniare il nostro essere uomini, il nostro essere giovani, la bellezza delle scelte radicali, la bellezza di seguire Gesù, di seguirlo totalmente. Penso che nelle giornate romane abbiano capito anche che una speciale chiamata come quella al sacerdozio non toglie niente all'umanità del prete, ma anzi rende molto di più: quel famoso centuplo di cui parla il Vangelo. Penso che i nostri giovani ne abbiano fatto esperienza vedendo la nostra felicità e vedendo come anche loro erano parte di questo centuplo.
Tra quello degli adolescenti di aprile e questo di agosto il Giubileo ci ha rivelato che esiste in Arcidiocesi un buon gruppo di ragazzi e giovani su cui si può contare. E tanti altri ce ne sono… Come poter stare attenti ed essere accoglienti verso questa realtà?
Le due esperienze ci hanno aiutato a riscoprire la presenza di giovani che sono in ricerca non solo del senso per la loro vita ma che ricercano ancora Cristo, che confidano ancora nella Chiesa e nei sacerdoti come guide per il loro cammino. Sono convinto, così come abbiamo scritto nella lettera di presentazione della nostra equipe di Pastorale Giovanile Vocazionale, che i germogli di bene sono nascosti nel terreno, non sempre solo sabbioso o duro, delle nostre comunità. I nostri giovani possono essere capaci di tanto bene, hanno solo bisogno di testimoni che li aiutino a credere, a sperare e ad amare: sono le tre azioni che la Pastorale Giovanile Vocazionale propone come tema quest'anno ma sono anche quelle cose grandi a cui aspirare così come ci ha chiesto papa Leone durante il Giubileo.
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