Arriva in Parlamento la discussione sulla legge in materia di suicidio assistito. Dopo l’esame in Commissione ristretta, il prossimo 17 luglio l’aula del Senato dovrebbe iniziare l’esame della proposta di legge in materia. Ma cosa si intende per suicidio medicalmente assistito? E perché alcune Regioni hanno emanato norme in materia e altre, come la Sardegna, si apprestano a farlo?
Il tema è molto complesso e difficile da sintetizzare in un articolo. Proviamo a dare alcune coordinate. Con il termine suicidio assistito viene definito l’aiuto medico o amministrativo dato a un soggetto che ha deciso di morire. A differenza dell’eutanasia, nel suicidio assistito l’atto di togliersi la vita, somministrandosi le sostanze necessarie, è compiuto interamente dalla persona interessata e non da terzi, che invece si occupano di assisterla (ricovero, preparazione delle sostanze, gestione tecnica e legale anche post mortem). In Italia una svolta in materia è arrivata con le note decisioni della Corte Costituzionale del 2019 (Sentenza n. 242 e Ordinanza n. 135) che hanno dichiarato parzialmente illegittimo (e cioè in parte contrastante con principi previsti dalla Costituzione) l'articolo 580 del Codice Penale che punisce con una condanna da 5 a 10 anni chi determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio ovvero ne agevola in qualunque modo l'esecuzione.
Secondo la Consulta, questa norma non si applica a colui che, secondo le modalità stabilite dalla legge n. 219 del 2017 sul consenso informato agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Tradotto in maniera un po' grossolana: non può essere punito chi agevola il suicidio di una persona che si trova: in una situazione di sofferenza intollerabile; con una prognosi infausta; dipendente da un sostegno vitale (per esempio certi macchinari medici, ha la piena capacità di intendere e di volere. Queste condizioni e le modalità di assistenza del suicidio assistito devono essere verificate da una struttura sanitaria pubblica con il previo parere favorevole del comitato etico territorialmente competente.
La Corte Costituzionale, senza esito, ha invitato il Parlamento a legiferare in materia ma intanto la portata delle decisioni è immediatamente applicabile. E così alcune regioni, la Toscana fra le prime, nell'esercizio delle proprie competenze in materia di tutela della salute, hanno dettato norme per disciplinare la procedura di suicidio medicalmente assistito attraverso le strutture sanitarie pubbliche. Anche il Consiglio regionale sardo sta muovendosi in questa direzione. Secondo alcuni non è opportuno che ogni Regione abbia una normativa diversa in un settore così importante. Secondo altri, invece, nell’inerzia del legislatore nazionale, è giusto che le Regioni adottino una disciplina per rendere immediatamente operativo il dettato della Corte costituzionale. Intanto il Governo ha impugnato la legge sul fine vita in Toscana, ritenendo che la materia non rientri tra le competenze regionali e il Parlamento, come detto, si appresta a discutere un testo di legge per dare attuazione a quanto deciso dalla Corte Costituzionale.
La posizione della CEI
Sul tema si è pronunciata anche recentemente la Conferenza Episcopale Italiana, secondo la quale il primo compito della comunità civile e del sistema sanitario è assistere e curare, non anticipare la morte. Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica. La presidenza della Cei invita a non fare di questo tema un elemento di polarizzazione politica e di scontro nell’opinione pubblica, ma a trattarla come un’occasione per una riflessione profonda sulle basi della propria concezione del progresso e della dignità della persona umana. Secondo i vescovi italiani, è auspicabile che nell’attuale assetto giuridico-normativo si giunga a interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza e lo sviluppo delle cure palliative.
Daniele Manca
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