Domenica, 23 Settembre 2018

 

È Venerdì Santo e a Tonara la chiesa di S. Gabriele è gremita in ogni ordine di posti. La funzione liturgica è finita da qualche minuto quand’ecco che dal portone principale entra uno straordinario e intenso Gesù, impersonato da Marco Floris, uno degli ultimi fabbricanti di campanacci, studi universitari alle spalle. È accompagnato da due soldati ebrei, Gianni Sau e Mario Natale di Thiesi

di Pier Luigi La Croce

Li precedono i due farisei Anna e Caifa, Giovanni Soddu e Gesuino Floris, entrambi confratelli come Gianni Sau. Segue il popolo vociante, con Adriano Garau che comanda su momodinu, la sommossa, e poi Silvio Sulis, Tina Sau, Giovanni Pisu, Maria Paola Loche, Luca Sau, Pasqualino Mascia, tutti rigorosamente in costume. Insieme proseguono verso il sinedrio, collocato nei pressi dell’altare. L’apostolo Pietro, impersonato dall’emigrato di ritorno Pino Todde, segue a distanza. Ma quando arriva nei pressi del sinedrio, una serva, Bastianella Natale, anche lei di Thiesi, lo riconosce e lo accuLe donne di Gerusalemme con nunzio dietro i soldati romanisa di essere seguace di Gesù. Lui nega e intanto si sente il canto del gallo. Anna e Caifa interrogano Gesù e chiamano a testimoniare uno del popolo, Angelo Peddes, insegnante, che accusa Gesù di aver detto che avrebbe distrutto il tempio per poi ricostruirlo in tre giorni. L’interrogatorio va avanti finché Gesù, che afferma di essere il figlio di Dio, viene accusato di blasfemia e perciò condotto davanti a Pilato. Uscendo dal sinedrio, Gesù incrocia lo sguardo di Pietro. Intanto anche il testimone accusa Pietro di essere un seguace di Gesù e di aver reciso l’orecchio a Malco. La serva lo incalza, ma Pietro rinnega per la terza volta il suo maestro; il gallo canta ancora. Pilato è interpretato dall’istrionico maestro Gianni Dessì; con lui nel pretorio anche Anna Sandra Sau, che interpreta la moglie Claudia Valeria Procula, e l’ancella Luisanna Garippa, che porterà il catino dell’acqua per consentire al suo signore di lavarsi le mani. Bastiano La Croce, direttore postale, nelle vesti del pretoriano romano a guardia del Palazzo, accompagna Gesù e i farisei da Erode Antipa e riferisce allo stesso Pilato le decisioni del governatore tetrarca della Galilea. Pilato interroga Gesù e capisce, seppure incalzato dai Farisei, che il nazareno non costituisce un pericolo per l’impero romano; richiamando allora una tradizione legata alla Pasqua ebraica, invita il popolo a decidere chi mandare libero: Gesù Cristo o Barabba, normalmente impersonato dal decano degli attori, Pasqualino Lai, 79 anni, anch’egli confratello.Gesù e Pilato I sostenitori di Barabba gridano più forte e i seguaci di Gesù, tra cui le figlie di Gerusalemme, sono messi in minoranza. L’accorato intervento di Claudia Procula, che racconta a Pilato del suo sogno, non sortisce gli effetti sperati. Barabba viene liberato e Gesù, dopo aver ricevuto trenta frustate, viene consegnato alla folla in tumulto, ma prima due soldati romani, i fratelli di Ortueri Nicola e Graziano Crobu, gli mettono in testa una corona di spine e un manto color porpora sulle spalle, deridendolo come re della Giudea. Bele Loche, ministro straordinario dell’Eucarestia, continua a leggere la storia, scritta in sardo tonarese arricchito di molti termini arcaici. Gesù viene condotto al Calvario. Quando rientra in scena, il volto segnato dalla sofferenza, trascina una pesantissima croce di castagno. Intanto due soldati romani, Fulvio Sau, il Longinus, e Graziano Crobu aprono la scena trascinando i due ladroni crocifissi insieme a Gesù. Il ladrone che si pente è Luciano Mura, rientrato a Tonara dopo cinquant’anni; l’altro è impersonato da Ata, profugo del Ghana che vive stabilmente a Tonara da 7 anni. Gesù, nel percorso verso il Calvario, è stremato e cade più volte sotto il peso della croce, finché il soldato romano Graziano Crobu non costringe un cireneo, di norma impersonato da Sebastiano Vargiu, a portare lui la croce di Gesù. Lungo il doloroso cammino, alcune donne di Gerusalemme, Francesca Sulis, Antonella Garau e Bonaria Zucca, battendosi il petto e piangendo, vanno incontro a Gesù; cadono in ginocchio ai suoi piedi e gli chiedono perdono per tutto il male che gli è stato fatto.Gesù e Claudia Procula con Pilato Hanno davvero le lacrime agli occhi e la voce rotta dal pianto; in chiesa c’è un silenzio quasi irreale e la commozione è palpabile, soprattutto quando Gesù dice loro di non piangere per lui ma per i figli che hanno lasciato a casa e intanto accarezza il capo delle bimbe che le accompagnano, Sofia Peddes, figlia del testimone, Martina Contieri, Gaia Sau, Asia Sau, Agata e Ginevra Floris, figlie dello stesso “Gesù”, emozionatissime per questo insolito incontro con il babbo. Ma anch’esse si calano nella parte e recitano con grande intensità. Subito dopo, il ladrone sfuggito alle guardie romane si trascina verso Gesù e gli chiede di portarlo con lui in Paradiso. Poi, tra le stesse donne di Gerusalemme appare Veronica; è Silvana Marcis, che recita in desulese. Si fa largo tra i soldati e asciuga il viso di Gesù, poi mostra alla folla il panno dove sono rimasti impressi i tratti sofferenti del Signore. Non esce subito di scena perché va incontro alla Madonna che le chiede di suo Figlio. Questo incontro immaginario è ripreso da una poesia di Bonaventura Licheri, riadattata alla circostanza da chi scrive. La Madonna, impersonata dall’appassionata e commovente Pasquetta Sau, rimane lì con la sua drammatica sofferenza di madre, mentre si spengono le luci e Gesù in carne e ossa esce di scena, lasciando al suo posto il Cristo sulla grande croce di legno utilizzata da sempre per S’iscravamentu. Nel buio si sentono le parole de su Babbu Nostu, evocate dallo stesso Gesù, che le aveva pensate per il Padre. Il ladrone pentito in ginocchio davanti a GesùEcco dunque entrare in scena su missu, il nunzio della lauda Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi. È impersonato da Bebi (Gabriele) Sau, che si cala perfettamente nella parte, con voce insieme solenne e stentorea e una gestualità che esprime in maniera efficace il dolore del momento. Porta alla Madonna la notizia del Calvario di Gesù. Allora la Madonna chiama Maddalena, interpretata dall’intensa Cristina Sau, che entra in scena insieme a Maria di Cleofa, la brava Caterina Carboni. Mentre il nunzio racconta la Passione di Gesù, la Madonna, seguita da Maria di Cleofa e da Maria di Magdala, si avvicina alla croce e si inginocchia davanti al figlio morente. Recita quindi un’accorata preghiera, un attitidu, ma prima ha il tempo di parlare con Gesù che raccomanda sua madre all’apostolo Giovanni, lo stesso nunzio. Presta la voce a Gesù Mario Garau di Busachi, anch’egli ministro straordinario dell’Eucarestia. Quando Gesù muore si spengono le luci e si odono tuoni terrificanti. Allora il Longino, Fulvio Sau, getta via le armi e si prostra davanti alla croce gridando: “Ahi! haus mortu su giustu! Ca figgiu ‘e Deus fut custu!”. Lo seguono gli altri soldati e poi tutto il popolo. Insieme si raccolgono davanti alla Madonna e recitano una preghiera di perdono, prima il nunzio e poi, con voce vibrante e carica di emozione, Bonaria Zucca, una delle figlie di Gerusalemme. Veronica asciuga il volto di GesùSubito dopo va in scena un altro momento assai coinvolgente della celebrazione paraliturgica: S’Iscravamentu. Don Maurizio, sicuro nella non sempre facile pronuncia tonarese, impartisce gli ordini ai confratelli, alcuni dei quali hanno smesso gli abiti di scena di Su Passiu per indossare quelli della confraternita. Il Cristo viene deposto dalla croce per essere portato in processione alla chiesa di Santa Maria. Le ombre della sera avvolgono il sagrato quando la processione lentamente si avvia per le vie del centro storico. I fedeli recitano i canti della settimana santa e portano le candele accese. La processione è infatti chiamata sa crufessone de Deus mortu a cannelas alluttas. La chiesetta di Santa Maria accoglie Gesù morto. Solo per breve tempo però, perché dopo “Tira su mantu Maria/ca no est die de piantu./ Maria tira su mantu /ca est die de allegria”. Il testo messo in scena è scritto in tonarese da Pier Luigi La Croce, riadattato liberamente dal Vangelo di Giovanni e ispirato alle tradizioni della Settimana Santa in vigore a Tonara fino agli anni Quaranta del ‘900. I testi del Vangelo sono resi in endecasillabi con rime variamente alternate in versi liberi, che conferiscono grande solennità all’interpretazione e rendono alcuni passaggi delle preghiere più lirici e intensi e anche autenticamente vicini alla fede popolare e alla pietas. I costumi sono realizzati dall’eclettica Paoletta Manca e le scene sono curate dall’attenta Serenella Piras. È possibile che ora il progetto coinvolga anche altri paesi, come è già avvenuto per Ortueri, Desulo e Villanova TruMaria di Cleofa la Madonna e Maria di Magdalaschedu e magari il testo potrà essere pubblicato insieme al filmato della rappresentazione. D’altro canto tutto si richiama alla riunione della Conferenza Episcopale Sarda, presieduta da monsignor Arrigo Miglio, durante la quale è stata affrontata anche la questione della lingua sarda nella pietà popolare e nella liturgia. I vescovi hanno confermato l’interesse della Conferenza a valorizzare sempre più la lingua sarda, secondo quanto stabilito dal Concilio Plenario Sardo e nel rispetto delle norme e delle procedure prescritte dalla Santa Sede. Nel caso che ci riguarda non è stata utilizzata la varietà campidanese o quella logudorese, come consigliato dai vescovi, ma il tonarese, una delle varianti dell’arborense o de sa limba de mesania, che potrebbe costituire la vera lingua sarda di comunicazione, come auspicano anche alcuni autorevoli linguisti.

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