Domenica, 16 Dicembre 2018

 

In questi giorni, non so se ha destato più meraviglia che l’Italia abbia vinto un titolo mondiale a squadre (visto che sta diventando purtroppo una rarità nello sport italiano in generale) o che a vincerlo siano state persone con la sindrome di Down...

di Mauro Dessì* 

Se nell’opinione generale il dubbio non pendesse da una parte o dall'altra, credo sarebbe un grande successo. Forse più del titolo mondiale. Già, perché è difficile pensare che una persona con la sindrome di Down possa coltivare seriamente lo sport, ancor più difficile pensare che possa superare suoi pari in una competizione di livello internazionale. Eppure per chi, come me, vive quasi quotidianamente lo sport con queste persone, non è una sfida impossibile. E ne sono convinto, ancora di più ora che ho avuto la possibilità di ammirare atleti provenienti da tutto il mondo che, con serietà e capacità, si sono sfidati dopo essersi preparati nelle loro realtà locali e nazionali.

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Veri atleti che hanno gareggiato con lealtà attorno a una vera pista di atletica, dietro un vero tavolo da ping pong, in un vero parquet di basket.Tutto nei limiti della disabilità, ma dentro la più grande verità dello Sport: la competizione.

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Sui social e sulla carta stampata ha ottenuto grande risalto la notizia del titolo mondiale a squadre e delle numerose medaglie d’oro conquistate dagli atleti con sindrome di Down ai campionati mondiali nell’isola di Madeira. Un tam tam impressionante che ha raggiunto migliaia di visualizzazioni e occupato onorevoli spazi in importanti riviste e quotidiani regionali e nazionali, sportivi e non. Il giusto riconoscimento, credo, per chi fatica a ritagliarsi uno spazio da protagonista nella propria vita.

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Il giusto risalto, direi, per una presenza, quella delle persone con sindrome di Down, che purtroppo fatica a ritagliarsi uno spazio, oggi, ancor prima di nascere. E allora ecco che l’inno di Mameli, risuonato più volte sul podio, è stato per me un inno alla vita.

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Un inno a quel Dio capace di fare cose meravigliose anche in ciò che ai nostri occhi umani non appare dritto o normale. Un inno a quei genitori che con grande amore e coraggio si prendono cura della vita in ogni sua forma e permettono ai loro figli di percorrere le strade per loro pensate.

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Un inno a quegli educatori e allenatori che attraverso lo sport o percorsi educativi sognano e propongono sfide possibili e si impegnano perché queste sfide possano essere vinte. Un inno a chi, anche davanti ai miei occhi luccicanti, quelle sfide le ha proprio vinte.

*Allenatore di basket Associazione Ragazzi Down

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