Venerdì, 15 Novembre 2019

Progetto1

Addentrandoci nel discorso sugli stili delle nostre celebrazioni, una riflessione ulteriore merita il ruolo di colui che presiede alla celebrazione: di solito il presbitero...

di Tonino Zedda

Il Pontificale romano sottolinea, più volte, l’affermazione del Magistero: il sacerdote deve presiedere la liturgia (Sacerdotem oportet praeesse). Il ruolo di presidenza non attiene soltanto all'azione liturgica, soprattutto eucaristica, ma quel praeesse attiene a tutta la missione sacerdotale e pastorale che è quella, secondo la bellissima espressione di Papa Francesco, di convocare, tenere uniti, quindi fare uno, specialmente con i sacramenti e quindi con l'Eucarestia, e di guidare con la carità pastorale e con la formazione anche la missionarietà del popolo affidato alle sue cure. Presiedere implica per il prete (soprattutto se parroco) non solo lo stare davanti, come dall'etimologia, ma lo stare dentro e dunque la conoscenza, la condivisione, l'accoglienza, l'accompagnamento, l'educazione, la formazione del popolo di Dio, cioè lo stile pastorale secondo il cuore di Cristo. Questo è il punto nevralgico dello stile del prete. Diceva San Giovanni Paolo II: bisogna starci dentro! La presidenza liturgica assume significato e spessore pieno solo così. Diventa indice significativo di un compito che va ben oltre il momento liturgico. Ma, a ben guardare, questo vale per tutti i ministeri (compreso quello del diaconato) che corrono il rischio di esaurirsi in un ambito culturale o solo liturgico. Se non si vuole ridurre la liturgia a uno spettacolo, è necessario che ci sia un "prima" e un "dopo". Presiedere è allora un’arte! Lo stile del presiedere, di cui da tanto tempo si parla con insistenza, in questa prospettiva assume diverse e molteplici responsabilità che coinvolgono non solo l'esperienza rituale, ma tutta la missione educativa e pastorale del presbitero. Da questo punto di vista rimane insuperata la famosa Nota pastorale della CEI, del 1983, Il Rinnovamento Liturgico. La liturgia è veicolo del mistero, rivelazione e attuazione della storia della salvezza, è azione che si compie, azione di Cristo che dona lo Spirito: ecco la dimensione discendente, attraverso segni sensibili che svelano e rendono presenti le grandi opere che Dio compie nel tempo, soprattutto per mezzo di Gesù Cristo. Questo fatto, la mediazione simbolico- sacramentale ha due conseguenze: anzitutto un'indispensabile conversione al progetto e allo stile di Dio, che ha voluto attuare e comunicare la salvezza attraverso il sacramento delle azioni più quotidiane e delle azioni più comuni, arricchendo però il loro naturale significato antropologico, culturale, di uno spessore più alto e più forte attraverso il riferimento alla Parola di Dio e, da ultimo, agli eventi salvifici di cui la celebrazione è memoriale. Questo spiega, tra l'altro, l'ampio posto che nella Riforma è stato dato e viene dato alla Parola di Dio, non solo come elemento didattico...una volta veniva considerata solo sotto questo aspetto nel quadro della celebrazione. La prima parte veniva chiamata la Messa dei Catecumeni, e quindi ritenuta non necessaria ai fini dell'azione sacrificale, che cominciava, secondo lo schema desunto dai culti naturalistici, al momento della presentazione della vittima, si sviluppava nell'immolazione della vittima e si concludeva nella consumazione di questa. Ecco perché si diceva che la Messa è un'azione sacrificale che si compie in tre momenti: il primo è la preparazione della vittima, l'offertorio, il secondo è la consacrazione o l'immolazione della vittima, il terzo la Comunione. In quest' ottica, lo comprendiamo bene, non c'era posto nè per l'assemblea, nè per la Parola di Dio, tant'è vero che, ad validitatem, non era necessario partecipare alla liturgia della Parola.

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