Venerdì, 15 Novembre 2019

Progetto1

Mi pare davvero urgente recuperare e valorizzare il silenzio, anche prima della celebrazione, come preparazione personale e comunitaria all’incontro liturgico con il Dio della Parola e del silenzio...

di Tonino Zedda

I praenotanda (IGMR) nella editio typica tertia segnala un interessante riferimento a ciò che precede la celebrazione: Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia e nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione (n.45). Questa richiesta non è una semplice sottolineatura rubricale, è invece sostanziale esigenza rituale che deve riguardare tutti: sia il celebrante, sia i fedeli. Tutti, prima che inizi la celebrazione, devono prepararsi per l’incontro con il Signore: Gesù non ci convoca solo per parlare con noi della sua passione, morte e risurrezione; bensì il suo mistero pasquale si fa realmente presente nella Santa Messa, perché possiamo incontrarlo. Credo che sia importante recuperare il senso profondo della Preparatio Actio (la preparazione immediata alla Messa): si tratta di una lunga serie di orazioni di matrice biblica o di grandi maestri della fede che il sacerdote, prima della Riforma Liturgica, doveva (obbligatoriamente) recitare a voce alta o anche sottovoce in sagrestia. Questa bellissima forma di preparazione alla Messa, pur essendo presente nelle pagine finali del Messale Romano, è quasi del tutto scomparsa. Nelle sagrestie (anche in certe cattedrali) la preparazione alla celebrazione si riduce a un vociare diverso e fastidioso. Siamo sempre più preoccupati di dare le ultime indicazioni a ministranti e altri collaboratori. Non che questo sia male, è importante verificare che tutto sia stato predisposto nei minimi particolari… semplicemente bisognerebbe farlo almeno venti minuti prima dell’inizio, per poi lasciare un largo tempo di silenzio e di calma, un momento in cui il presbitero possa prepararsi personalmente. Anche nell’aula liturgica dovrebbe crearsi un clima di silenzio: sarebbe meglio evitare le prove di canto dell’ultimo minuto e concedere a tutti un momento di vero silenzio. Ciò consentirebbe ai fedeli di prendere posto, di dedicare qualche minuto alla preghiera personale, dopo aver certamente salutato i vicini e i presenti: una leggerissima musica dell’organo e degli altri strumenti potrebbe aiutare (evitandola opportunamente in Quaresima e, forse anche in Avvento) il popolo di Dio a prepararsi alla celebrazione. Silenzio dunque non come semplice pausa, nella quale ci assalgono mille pensieri e desideri, bensì come prezioso raccoglimento che ci dà pace interiore, che ci permette di riprendere respiro e che svela ciò che è vero. Il silenzio è parte della celebrazione, in quanto favorisce il clima di preghiera che deve caratterizzare qualunque azione liturgica. La celebrazione è preghiera, dialogo con Dio, e il silenzio è il luogo privilegiato della rivelazione di Dio. La permanenza nel deserto, e il silenzio che spontaneamente viene evocato da questa immagine, segnano tutta la relazione tra Israele e il suo Signore. La sagrestia e la navata della chiesa, nei momenti che precedono la celebrazione, dovrebbero essere quel luogo deserto nel quale Gesù si ritira prima degli avvenimenti più importanti. Il deserto è il luogo di silenzio, della solitudine; esso suppone un allontanarsi, l’abbandonare per un momento le occupazioni quotidiane, il rumore, la superficialità. Con questa cornice le nostre celebrazioni ne guadagnerebbero assai. 

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