Martedì, 27 Settembre 2022

Durante la celebrazione eucaristica, quasi alla fine della Liturgia della Parola, l’assemblea è chiamata in modo solenne a intervenire con la proclamazione del Simbolo della fede...

di Tonino Zedda

Diceva il famoso studioso di Liturgia Albert Nocent, in un suo libro del 1994 Il Credo nel suo contesto liturgico (in AA VV, Il Credo niceno-costantinopolitano, Edizioni La Scala, Noci) che la Professione di Fede, è non più solamente un insegnamento catechetico, una sorta di enchiridion (riassunto) dei dati della fede, ma è soprattutto un’occasione per lodare il Signore per la storia della salvezza che egli dirige nella sua saggezza e nella quale anche noi siamo coinvolti, noi che, nella celebrazione liturgica, celebriamo un momento che è dentro questa storia della salvezza del mondo. Molto opportunamente lo studioso insisteva sul fatto che in realtà tutta la liturgia è fondamentalmente una professione di fede. È dunque normale che siano stati specificamente creati dei formulari per le celebrazioni. Come concepire infatti l’iniziazione cristiana senza l’affermazione solenne della fede, senza che il rituale stesso si faccia carico di educare il fedele a ciò che conferisce pienezza di significato alla vita ecclesiale? Non si può celebrare la Messa che è sacramento dell’alleanza, mistero della fede, senza che ci sia un momento esplicito in cui acclamare comunitariamente questo mistero. Certamente è nel contesto della celebrazione del Battesimo che il simbolo viene consegnato al neofita e proclamato solennemente da tutta l’assemblea, così come viene ripetuto ogni anno nella Pasqua, durante la solenne Veglia.

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Ecco perché durante la celebrazione eucaristica domenicale, memoriale della Pasqua, ogni comunità rinnova nel tempo (di domenica in domenica) la sua adesione alla fede, attraverso la proclamazione solenne e assembleare del Credo. Come noto ci sono almeno due formule che vengono utilizzate: il Simbolo detto degli Apostoli e quello più lungo e articolo detto Niceno-Costantinopolitano. Vi è poi la forma interrogativa, che appartiene da sempre alla celebrazione dei sacramenti del Battesimo e della Cresima. Gli storici della Liturgia sono concordi nel ritenere che la presenza del Credo, nella Messa, sia inizialmente caratteristica dell’Oriente dove sembra sia stata inserita dal patriarca monofisita Timoteo (511-517). L’usanza si è poi diffusa in Spagna, poi in Irlanda, successivamente in Inghilterra. Pare che sia stata introdotta ad Aix-la-Chapelle da Alcuino e autorizzata poi da Leone III, su richiesta dell’imperatore Carlo Magno. Fu probabilmente papa Benedetto VIII (1012-1014) a introdurre il Credo in forma stabile nella liturgia domenicale della Messa romana. L’introduzione del Credo, per quanto tardiva, come risposta di fede alla proclamazione della Parola, ha la sua importanza: non come elenco di verità dogmatiche, occorre unire questa professione di fede alla liturgia nella quale essa riceve vitalità e sacramentalità, e dove testimonia l’esperienza della fede del popolo cristiano nei misteri della salvezza, proprio dopo aver ascoltato la Parola e prima di entrare nella celebrazione del mistero eucaristico. Essendo la proclamazione del Credo una vera azione dossologica, una preghiera di ringraziamento rivolta alla Trinità per la Chiesa e per la salvezza del mondo, non è pensabile che venga cantata solo da un coro o dai preti e per giunta in una lingua incomprensibile.

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