Lunedì, 27 Gennaio 2020

Progetto1

Quando da bambino arrivava questo periodo dell’autunno, mi incuriosivano parole come Maria Puntaoru o is pabassinus, e allora chiedevo ai grandi cosa volessero dire: il risultato era il racconto della storia di una vecchietta “armata” di spiedo e poi una bella mangiata di dolci...

di Giovanni Licheri

Ora che mi trovo “dall’altra parte della barricata”, se non a scuola (purtroppo), non ho la fortuna che i bambini mi facciano domande su parole sentite in casa, forse perché nelle famiglie sta scomparendo l’uso della nostra bella lingua e con lei i tanti racconti fatti dai nonni ai nipoti.

Per rinfrescare la memoria sono andato dalla signora Peppina Piras, una delle socie fondatrici dell’associazione culturale Mollu e Cannas di Silì, che conserva ancora importanti ricordi delle tradizioni della comunità siliese. A lei ho voluto fare la piccola intervista che segue per far conoscere le nostre tradizioni nei giorni in cui si ricordavano Tutti i Santi e i Fedeli Defunti.

Signora Peppina, quali erano a Silì le principali usanze per la festa di Ognissanti?

Solitamente, in questo periodo, si preparavano is pabassinus. Noi avevamo la vigna e si andava a raccogliere l’uva, attenti a scegliere quella con acini grandi e succosi. Quando si tornava a casa si metteva a seccare al sole e, una volta appassita, si metteva dentro sacchetti di stoffa pronta ad essere usata per fare i dolci. Le mandorle, invece, più difficili da trovare nella nostra zona, le portava mio padre quando andava a suonare o a potare piante in qualche paese cabasusesu.

Ricordo che mamma li preparava e li cuoceva a forru callenti, dopo che aveva cotto il pane: non si poteva accendere troppe volte il forno per risparmiare la legna. Per questo motivo, ad esempio, veniva a casa tzia Maria Pani, che era molto brava a fare is pistoccus. Allora non tutti avevano il forno e ci si riuniva insieme anche per fare i dolci. Ricordo, ancora, che is pabassinus non si facevano con le formine, come si fa oggi, ma con le mani facevamo quelli a campanibeddu cun sa pabassa. Erano tutte cose genuine, fatte con i prodotti della terra che si avevano in casa.

C’era qualche tradizione legata alla notte di Ognissanti?

Nelle case si preparavano gli spaghetti, perché allora non c’era la pasta corta come adesso. Era una fortuna avere la pasta lunga in casa, perché dopo la guerra c’era tanta fame.

Si preparavano gli spaghetti perché la notte de Tottus is Santus passava Maria Puntaoru. Si preparava la tavola con piatti di spaghetti, come se ci si dovesse sedere a mangiare e si lasciavano per i morti, anche se poi i morti pasta non ne mangiavano.

Cosa vi raccontavano di Maria Puntaoru?

Le mamme dicevano ai bambini: Mi ca est passendi Maria Puntaoru, chi no pappas ti stampat sa brenti (Guarda sta passando Maria Puntaoru, se non mangi ti buca la pancia). Noi aspettavamo, anche se con un po’ di paura, che arrivasse Maria Puntaoru, che poi era il sacrista: prima tziu Giò Scintu e, quando è morto lui, tziu Macis.

Si vestivano con abiti vecchi da donna: la gonna, lo scialle e su mucadori per assomigliare ad una vecchia. Quando arrivavano alle case, suonavano un campanello che portavano insieme a su schidoni. I genitori aprivano la porta e facevano entrare Maria Puntaoru che chiedeva alle mamme, non ai bambini che potevano dire bugie, se i figli avessero mangiato, altrimenti gli avrebbe bucato la pancia e nel mentre faceva vedere lo spiedo. A Maria Puntaoru si davano uova, frutta secca, dolci che metteva in su scatteddu, e a volte soldi, ma non sempre, perché i soldi erano pochi.

Una volta che sono morti questi due sacristi, a Silì non c’è stato più nessuno che abbia portato avanti la tradizione di Maria Puntaoru.

Nei giorni di Ognissanti si pensava ai poveri?

Posso dire che allora eravamo tutti poveri. A casa nostra non mancava quasi nulla perché a babbo, quando andava a suonare, davano la carne di pecora o di maiale, il formaggio, il grano o fazzoletti di seta. C’erano, però, delle persone che non avevano nulla. Quando mia mamma sapeva che qualcuno non aveva da mangiare mi mandava a portare ad esempio il pane. In giorni come quelli dei morti mandava il pane e i dolci e mi diceva est s'allimùsina po is mottus (è l’elemosina per i morti).

In quei giorni si andava in cimitero per ricordare i defunti?

Non si andava in cimitero come si va oggi. In quei giorni si andava prima a messa con tutta la famiglia. Mi ricordo che Nonnu Sechi prima faceva la messa in chiesa grande e poi con le persone andava al cimitero nuovo dove, davanti ad ogni tomba, diceva una preghiera e dava la benedizione con l’acqua santa.

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