Giovedì, 02 Aprile 2026

 

Lo scorso 12 marzo è deceduto a Oristano, dove era nato e ha svolto una lunga attività di ceramista, torniante e formatore, di insuperata maestria, Antonio Manis.

* di Antonello Carboni

Avrebbe compiuto 95 anni il 20 dicembre. Per Antonio Manis il tornio è sempre stato un gioco, da quando all’età di nove anni cominciò a lavorare nella bottega del figolo oristanese Giuseppe Pinna, capostipite della famiglia proprietaria in città di un bar nella via Amsicora.

Antonio, che aveva le mani belle robuste ma agili e delicate, non conosceva sosta e lavorava dall’alba al tramonto. Non c’erano orari da rispettare se non quelli scanditi dalla luce. Ha cominciato a lavorare l’argilla con i piedi, tutti gli apprendisti cominciavano così: la pestavano, la amalgamavano, la stendevano, quando poi erano diventati sufficientemente esperti passavano al tornio. L’argilla andava a prendersela nella zona di via Carbonia, nel quartiere San Nicola e dalla parte di Fenosu, verso Chirigheddu.

I maestri non sempre spiegavano tutto, ma Antonio, ragazzino vivace e attento, manifestò fin da bambino il suo carattere e cominciò a fare autonomamente piccoli lavori, la chincaglietta, come la chiamava. Lui, le famiglie dei figoli, se le ricordava bene, non operavano solo nella via arcinota agli oristanesi, nella quale oggi non è rimasto che il ricordo di una targa che la identifica, la via Figoli, ma producevano una moltitudine di forme soprattutto nella via Palmas, lungo la via Arborea, in via Falliti e anche in via Othoca.

Per gli artigiani della terra di via Figoli era a disposizione un unico forno, di proprietà del signor Meloni, che acquistava la produzione di tutti quelli che gliela portavano per la cottura, in quanto sprovvisti di un ampio spazio dove poter costruire ognuno il proprio forno. Il maestro Manis ha vissuto un periodo storico affascinante, duro per tutti, dalla fine degli anni trenta alla fine degli anni cinquanta, che ha visto la società cambiare profondamente. La modernità ha portato tante innovazioni, come la plastica, che ha decretato però la fine di quelle generazioni che oggi ricordiamo appunto come figoli.

Questi, si distinguevano perché realizzavano oggetti di uso domestico, diversi da quelli destinati come suppellettile. Non c’era economia per l’arte, ma oggi il tempo ci ha portato a riconsiderare quegli oggetti come rarità, frutto di non comuni abilità e forme, tali da rimettere in discussione il loro valore in funzione di una nuova veste artistica e decorativa, privata ovviamente della loro funzione primaria. Brocche, tegami, civeddas, stangiadas erano i pezzi che il mercato richiedeva e quando le famiglie dei figoli partivano per la provincia con il carro o con il camioncino per la vendita, nell’arco di due, massimo tre giorni, tutta la produzione dell’ultima infornata era stata smerciata.

Il giovane Antonio sapeva fare tutto, aveva sperimentato anche la conduzione del forno, lo caricava di fascine e stava attento che i pezzi all’interno fossero tutti ben alimentati dalle fiamme; ma la sua arte prediletta, la sua migliore prova di sé, la dava nella messa in forma dell’oggetto, quell’arte che si chiama foggiatura.

Fu così che all’età di 16 anni passò a lavorare dalle botteghe artigiane dei suoi vari maestri, Pinna, Manca, Mele e ultimo Serra, tra via Aristana e via Othoca, alla fabbrichetta Alquati, che forse troppo poco investì sulle produzioni artistiche. A dirigerla fu il castellano Vincenzo Urbani, il quale, dopo la chiusura dell’azienda, portò con sé il giovane Antonio nella nascente Scuola d’Arte Ceramica di Oristano.

Furono per lui dieci anni intensi di lavoro. Non divenne mai maestro figolo della corporazione, aveva ormai passato il fiume e non aveva né più tempo né senso dare l’esame. L’insegnamento lo accompagnò per tutta la vita, passò all’Istituto d’arte nel 1961, dove incontrò l’ultimo suo grande maestro, Arrigo Visani, sapiente tecnologo e preside dello stesso Istituto fino al 1969.

Antonio, dopo 45 anni di attività decise nel 1983 di andare in pensione e aprire un suo laboratorio, per tramandare ai figli Arnaldo e Vito, abilissimi maestri, tutti quegli insegnamenti preziosi che i suoi occhi e le sue mani vissero. Non solo Oristano, ma tutta la comunità sarda, perde l’ultimo dei grandi figolai sardi.


 

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