Domenica, 16 Dicembre 2018

 

Affonda le sue radici nel fango, ma foglie e fiori prendono vita emergendo dall’abisso. Ciò che si può ammirare, in lontananza, è quella legione colorata e libera. È capace, dicono, di disegnare panorami che irrompono sul fiato, arrestandolo per qualche istante...

di Luca Mastinu

Quando la vita dei fiori di loto incontra un suono, si ha a che fare con una musica nuova. Avvolgente. Un occhio di bue fende l’oscurità e tradisce il pulviscolo, proiettando un cerchio sulla superficie di legno. Uno sgabello e un tripode imperano sulle pareti innalzate da quel fascio di luce. Il tripode ospita una chitarra acustica. L’essenzialità dell’indispensabile. Passi sostenuti e lenti si approssimano. Mani imbracciano la chitarra e un corpo si accomoda. Irene Loche, capelli corti, sguardo fermo e profondo, offre quel suono che incontra la vita dei fiori. Lo fa con Garden of Lotus, opera di 6 tracce e un numero infinito di impulsi. La copertina stilizza un volto che si approssima in contemplazione di un fiore, ma niente è fermo nei tratti del disegno. Le forme si muovono e il silenzio si schiude con In the garden of lotus. Un arpeggio rassicurante introduce ciò che poi farà la voce di Irene: “In the garden of lotus, you can hear the voice of your soul”. Siamo distesi su una moltitudine di mondi, perché sulla natura si giace. Ora cambia il ritmo perché si aprono gli occhi. Possiamo guardare. Pennate più decise, un rullante in flam, un basso stoppato. La voce non si ferma. Un mellotron aggiunge movimento. Non è un caso se, propgarden of lotusrio nell’istante di quell’apporto vintage, la voce parla di “un piccolo mondo in cui rifugiarsi quando non si sa dove andare”. Il suono domina e fa da inquadratura. Sognante, il brano ritorna all’arpeggio iniziale ma non si chiude. Un accordo di quarta diventa una promessa. Dalla pace si materializzano un paio d’ali, protese dal brano Ring around the Rosie. Sì, il corpo levita accompagnato dal ritmo delle pennate. Il cantato è una parentesi tra una virata e un’ascesa. I 4/4 in cui battere e levare si rincorrono in un continuum di diapositive che vedono un volo inaugurato su paesaggi immaginari. Un raggio di sole tradisce un sorriso, quando Irene fraseggia un “Ta da, da-da-da”, invitando alla liberazione di ogni pensiero. Si tocca terra, adesso, con What we want (is not alway what we need). Un basso che sottolinea la profondità saltando di ottava in ottava, una chitarra distorta interviene per trasformarsi in un dolcissimo arpeggio. Battiti di mani scandiscono i quarti e chiudono il brano mentre tutto il resto sfuma. Quasi un invito a restare in piedi e tenere le braccia conserte. Ondeggiare se è il caso, perché Mine è il velluto che attutisce il travolgente atterraggio. Irene apre sul ritornello dopo aver singhiozzato, timida, in apertura. Voce, chitarra e infinità. Non c’è spazio per il disimpegno, perché l’ascolto è inchiodato al magnete, al cardioide e al suono che ne consegue. Un colpo di coda e si apre Just in time to see the dawn. Si chiudono gli occhi, perché la chitarra arpeggia, si apre, pizzica, si stoppa e con essa la voce. Tutto è sospeso e ancora, voce e chitarra sono sole. Chi ascolta resta silente e si abbandona. Si fa notte e Home chiude l’opera. Forse no, non la chiude. La custodisce, suggellando un eterno lubrificarsi dell’iride di chi si vede rincasare dopo sei tracce di una messa a nudo che lascia il segno. Sei tracce in cui è possibile percepire le dita di Irene che scorrono tra le corde. Oristanese, classe 1992 e già voce e chitarra del trio Sunsweet Blues Revenge, racconta che «il disco è nato dalla necessità di poter esprimere anche quel lato più "intimo" e personale che nasce ben prima del mio rapporto con il Blues, ma che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare». Endorser per il marchio Magnatone, l’unica in Italia, ma affiancata da nomi come Neil Young, Keith Richards e Jackson Browne. Garden of Lotus è autoprodotto e Irene è già al lavoro sul nuovo album. Intimista. Profondo. Come una promessa.

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