C’è intanto la grande città vista con gli occhi della giovane che arriva da un piccolo centro di periferia e, nonostante la sua condizione di studentessa, vive fino in fondo il dramma del distacco tipico dell’emigrazione: mentre nel pensionato in cui lavora incontra persone provenienti dai luoghi più disparati, all’università ha a che fare con professori rigorosi e di fa

ma come Argan e Paratore. A sostenerla in un luogo e nell’altro c’è la solidarietà di coetanei, amici, compagni, e soprattutto di altri giovani provenienti dall’isola; e da casa arrivano lettere che le confermano il calore della famiglia.
Quando poi torna al paese riprende contatto per un verso con un ricchissimo patrimonio di tradizioni – c’è anche s’Ardia – e per l’altro con le idee di cambiamento e anche di ribellione coltivate dai gruppi d’avanguardia: frequenta di tanto in tanto un circolo guidato da maturi rivoluzionari conosciuti come Su Maoista e Tziu Lenin, ma anche Tziu Caballeru, in ricordo di Giuseppe Cavallera, il socialista animatore dei battellieri di Carloforte.
Ma questo è solo un aspetto dei contrasti che emergono dalle pagine del libro, che si presenta come un racconto – a tratti anche molto dettagliato – della vita quotidiana che si conduceva a quei tempi (chi li ha vissuti dovrà riconoscerne la veridicità). Le contrapposizioni ci sono nel pensionato, con alcune suore che lo governano, e naturalmente nell’università, con l’autoritarismo dei professori; e poi anche a casa, in famiglia, tra i figli che fremono per l’ansia di scoprire il mondo e i genitori che li vorrebbero veder crescere e maturare intorno a sé, come avveniva in passato.
Per orientarsi in un mondo così tumultuoso la protagonista si nutre delle letture che andavano per la maggiore in quegli anni, da Gramsci a Marcuse a Mao, ma anche don Milani, il maestro di Barbiana, e Aldo Capitini, il pacifista; e riflette sui temi che venivano via via alla ribalta, dal femminismo alla rivoluzione, dal divorzio alla contraccezione; ma allo stesso tempo non perde il contatto col patrimonio di storie e leggende tramandate nel paese, e mentre stende la tesi approfondisce la conoscenza della storia della Sardegna.
Il contrasto si fa duro anche a scuola, dove Careluna ha occasione di lavorare temporaneamente se pure non ancora laureata, come capitava allora. Non solo i metodi degli insegnanti più giovani si scontrano con quelli rigidi e autoritari degli anziani, ma nascono discussioni anche sull’opportunità o meno di guidare gli alunni alla scoperta del patrimonio culturale locale, come pure di fare spazio alla lingua sarda.
In passi come questi si tocca il tema di fondo del libro: che prende, sì, spunto da come il Sessantotto si manifestava nei centri maggiori, sedi delle università più avanzate, ma ci conduce poi a vedere quali potevano essere le ripercussioni in un piccolo centro di periferia; dove le esigenze dello svecchiamento venivano inevitabilmente a scontrarsi e a complicarsi nel contatto con quel groppo di esigenze e aspirazioni che oggi classifichiamo come sentimento dell’identità.
Ed è proprio questo sentimento ad affiorare gradatamente e, in tanto tumultuare di pensieri e di rivendicazioni, a prendere alla fine il sopravvento: significativamente la storia non si chiude con la discussione della tesi ma con la morte della nonna, vista come matriarca del nucleo famigliare e della comunità paesana, ma anche come dea madre della civiltà millenaria dell’isola: «Vi vedo all’ombra dell’olmo in estate, tra le mani il fuso e la conocchia… vi sento cullare i più piccini… vi sento raccontare le storie… vi sento dire basta con le liti: la salute, la concordia e la pace sono i beni più preziosi».