Lunedì, 27 Gennaio 2020

Progetto1

Siamo quasi al termine di novembre, mese iniziato con la solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione dei defunti: anche a Seneghe, come quasi in tutti i paesi della Sardegna, ormai si sono dimenticate alcune importanti tradizioni che avevano resistito per secoli...

di Alessandra Illotto

Fino agli inizi degli anni ‘60, non venivano celebrate messe in cimitero, né il giorno della festività dei Santi, né il giorno della Commemorazione dei defunti. Il primo novembre il sacerdote con i chierichetti, il sagrestano e le pie donne, accompagnati dai continui rintocchi lugubri delle campane a doppio, come per i funerali, si recavano in cimitero dal primo pomeriggio fino all’imbrunire. I fedeli aspettavano l’arrivo del sacerdote in cimitero, accanto alle tombe dei propri cari, che ornavano con lumi ad olio e corone di fiori realizzate di solito in stagno colorati a mano, che poi venivano conservate per gli anni successivi. I sacerdoti si fermavano presso le tombe dove erano presenti i parenti dei defunti, per aspergere con acqua benedetta e recitare delle preghiere di assoluzione. In segno di gratitudine il sacerdote quasi sempre riceveva offerte in denaro. All’avvicinarsi del sacerdote, veniva adagiato sulle tombe un manto nero con una croce ricamata colore oro. Il giorno della Commemorazione dei defunti non si andava in cimitero, ma ci si recava in chiesa per partecipare al maggior numero possibile di messe. Ne venivano, infatti, celebrate tante perché allora nella comunità erano presenti più sacerdoti. All’interno della chiesa, nella navata centrale, veniva posizionata una struttura in legno, ricoperta con un manto nero e una croce, ai cui lati venivano posizionati lumi a olio. Questa struttura veniva utilizzata anche in occasione degli anniversari di morte. Con il passare degli anni, più semplicemente veniva usato un tavolo con un telo nero sopra. All’imbrunire della vigilia della festività di Ognissanti, il sagrestano (su zàganu), percorreva le vie del paese, con una campana che suonava ripetutamente per avvisare del suo arrivo. Veniva accompagnato da persone a lui vicine, che si prestavano a raccogliere nelle bisacce e nei cestini quello che veniva donato (grano, vino, frutta secca, pabassinos…). Con queste offerte le persone esprimevano la loro riconoscenza per il fatto che venivano ripetutamente suonate le campane in ricordo dei cari defunti (su prugadoriu). Nelle famiglie più abbienti si faceva anche il pane da distribuire fra i più bisognosi o nelle famiglie numerose. Durante la mattinata del giorno dei Santi, i bambini facevano festa bussando per le case in cerca di frutta di stagione (melecotogne, castagne, melegrane e frutta secca) e speravano anche di ricevere dolci. Tutto questo avveniva pronunciando Pro s’anima de sos mortos. Spesso si sentivano rispondere Fattu eus bene (cioè abbiamo già fatto del bene) da chi non voleva dare niente. In alcuni casi allora i bambini, forse quelli più scaltri che capivano che si trattava di persone poco generose, rispondevano non positivamente: dolore ‘e isprea! (cioè: che ti possa venire mal di pancia!). In molte famiglie, le padrone di casa, nella notte tra il primo e il 2 novembre, si preoccupavano di preparare la cena per i parenti defunti. Dopo aver cenato, lasciavano la tavola apparecchiata, con tutte le posate tranne il coltello, con il piatto pieno (quasi sempre di pasta), un bicchiere di vino, pane e dolci. Per tutta la notte proseguiva il rintocco delle campane. Per tutto il mese di novembre tutti i lunedì, veniva celebrata la messa cantata per tutte le anime del purgatorio, nella cappella a esse dedicata. 

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