Mercoledì, 28 Gennaio 2026

 

Torna in scena la Reggia Giudicale, l’occasione è ghiotta: quella della Sartiglia. Le iniziative che la vedono protagonista sono: una mostra d’arte contemporanea e la ricostruzione della nostra città ai tempi di Mariano II.

*di Antonello Carboni 

Oristano Medievale, la reggia, la piazza, il castello e altre meraviglie e ...the stars look very different today sono i due eventi che, fino al 9 marzo, impegneranno gli spazi dell’Ex Carcere di Piazza Manno. Gli eventi sono stati organizzati dalla Fondazione Sartiglia e promossi dal Comune di Oristano, ma anche sostenuti dal Prefetto di Oristano, Salvatore Angieri.

Il fascino che esercita il monumento presente in una piazza nuova di zecca, che ormai non fa più discutere di sé, è molto forte, ma il legame identitario che si porta in dote nel nome e nei fatti che, per cento anni, l’hanno vista rivestire il ruolo di casa di detenzione, non è facile da cancellare. La comunità però ci prova, richiede e attende una nuova veste e le posizioni da conciliare sono numerose, così come le idee che suggeriscono l’abito da farle indossare.

Intanto ci ha pensato il curatore Obler Luperi con l’espediente, in primis, di provare a far immaginare quali fossero i fasti di un piccolo borgo qual era Oristano, per mezzo delle rappresentazioni su china di Mauro Ferreri, che dialogano con le illustrazioni a colori di Gabriele Pettinau. La sensazione di varcare il portone di una costruzione che è lì da secoli, ma saperla off-limits mette una certa angoscia, che viene smorzata dalle immagini di un Medioevo immaginifico che subito ci accoglie.

Dieci tavole per fantasticare, opere sulle quali poter sognare ancora: pastori fuori le mura pascolano sereni le greggi, la Cattedrale in romanico-pisano attorno alla quale ruota la socialità di un borgo e, ancora, militari e donne alla fonte. Il risultato affascinante è l’idealizzazione di un qualcosa che c’era, ma che non c’è più. Una città turrita come tante altre che, nella Penisola, invece si sono ben conservate. Ma la soglia del dolore, dell’Ade dove dobbiamo scendere, è giusto lì dietro l’angolo, con la Vergine Maria che ci osserva dall’alto, chiusa dentro una nicchia, durante il passaggio.

Lei lo sa che andando oltre troviamo le sbarre, il dolore al quale si va incontro perché la società si è così organizzata nel tentativo di punire prima e redimere poi chi si è macchiato di colpe gravi nei confronti dell’ordine sociale della comunità, che allo Stato ha affidato la sua tutela.

Le opere di dodici artisti, soprattutto oristanesi, ci attendono in questo albergo non di certo a 5 stelle. L’operazione in sé ricorda l’azione del fondatore della rivista d’arte Flash Art, Giancarlo Politi, che nel 2004 noleggiò un albergo milanese, in 60 stanze collocò altrettante gallerie italiane per promuovere opere di artisti ed emergenti curatori.

Qui le stanze non rappresentano gallerie ma il rimando a quello spazio individuale nel quale ogni carcerato si ritrovava nel proprio ignoto profondo, declinato per questa occasione dagli artisti in chiave esistenzialista, suggerito dal tema espresso dalle parole della canzone Space Oddity di David Bowie che offre il titolo alla mostra: …and the stars look very different today (e le stelle oggi sembrano molto diverse).

Uno slittamento semantico che trova la sponda delle stelle che si devono infilzare a pochi metri di distanza dalla reggia, durante le discese sfrenate dei cavalieri della stella. Gli artisti hanno interpretato, ognuno secondo le proprie modalità stilistiche, il viaggio dell’astronauta Maggiore Tom, che perde il contatto con la Terra: è la rappresentazione di quella dimensione narrativa nella quale si perde il contatto con la realtà sociale e ci si trasfigura, si va incontro a un tempo in cui non ci si riconosce più e si fa fatica a ritrovare sé stessi.

Un viaggio interminabile, comune, che si compie anche lontano dalle quattro mura di un vecchio carcere: ma se vogliamo viaggiare anche noi dentro la capsula del Maggiore Tom, andiamo a vedere la mostra.


 

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