Marco Pili è un artista di lungo corso, una presenza solida e molto attiva, immediatamente riconoscibile nel panorama artistico sardo. Vive a Nurachi, opera in armonia con una comunità dalla quale non si è mai voluto allontanare, anzi, ne ha fatto serbatoio di memorie e immagini per le sue opere. Lo abbiamo incontrato nel suo ampio studio nella zona artigianale.
* di Antonello Carboni
Marco, arrivando qui è impossibile non notare le sculture degli animali in ferro presenti all’ingresso del paese. Sono le sue. Come sono nate?
Guardi, quella fu una provocazione! Una notte le scaricai di nascosto nel piazzale di fronte alla chiesa e restarono lì per diversi giorni.
E poi? Come finirono su un bel prato comunale ben curato?
E poi mi cercò la Digos. Le rimossi ma l’Amministrazione comunale le volle dove le ha viste oggi. Mi pagarono il materiale, il lavoro lo regalai alla comunità.
Ma perché fu una provocazione? Cosa conteneva questo messaggio?
Era il periodo dell’entrata in vigore della Comunità Europea, ma non solo, la mia era una protesta contro gli allevamenti intensivi, contro l’eccessivo sfruttamento degli animali, che non garantiva necessariamente condizioni e qualità accettabili. Certo, forse, per me rappresentava anche un pochino di nostalgia per il fatto anche solo di non poter essere più concessa la possibilità di avere una gallina e due maiali in un pezzo di terreno.
Marco, lei ha fatto l’Istituto d’Arte di Oristano, ha avuto grandi docenti, fu una bella stagione.
Si, ho avuto Antonio Amore in disegno dal vero, ho fatto la sezione Legno, non quella di Ceramica, allora c’era Mura, era bravissimo! Casagrande era il preside, ma con lui lavorava una squadra di insegnanti che ci ha dato veramente tanto: in particolare ricordo Fabio Ferrari e Giorgio Cireddu.
Cosa non le piaceva tra le discipline?
Fare acquerelli! Non l’ho mai sopportato. Avrei voluto scoprire la pittura a olio invece non l’abbiamo mai praticata: solo chine, matite e carboncino. Alla pittura ci sono arrivato autonomamente una volta conclusa la scuola.
Finiti gli studi che cosa ha fatto?
Non ho mai voluto fare domanda di insegnamento, nonostante gli stessi professori ci dicessero di farla. Vinsi pure un concorso alle Poste ma non mi presentai mai. Solo qualche anno più tardi mi impiegai presso un Ente oristanese, che comunque mi permise di affrontare il mio lavoro di artista che non ho mai abbandonato.
A un certo punto ha fatto una fuga verso linguaggi che contemplavano l’uso di materiali non convenzionali, spesso associati all’Arte Povera. Abbandona il figurativo, come mai?
Il figurativo mi annoiava tremendamente, una mela è sempre una mela, da qualunque parte la si guardi. Utilizzando invece una base espressiva informale sono riuscito a trovare la mia cifra stilistica che mi appaga, mi emoziona ogni volta che spazio davanti alla tela. Sono molto attento a tutti i particolari. Nulla deve essere fuori posto.
Le sue opere esprimono un sapore familiare e parlano di un territorio preciso?
Nelle mie opere ci sono le terre del Sinis, del Campidano, le terre di Nurachi. Un tempo qui le famiglie avevano tutte un telaio. Io ho questi ricordi di infanzia, e così inserisco in alcuni lavori un vecchio ricamo, un pezzo di tessuto. L’opera diventa memoria, parla di comunità, parla di noi.
Quando ha capito che il suo sguardo doveva investigare un tessuto sociale di prossimità piuttosto che quello lontano delle città?
Trent’anni fa andai all’inaugurazione del Museo Nivola e osservando le sue opere mi resi conto che tenne sempre nel cuore la sua lontana Sardegna. Ecco, da allora decisi di guardare meglio me stesso e ciò che mi stava attorno.
Quando può dirsi conclusa un’opera?
Un giorno l’architetto Aldo Rossi mi disse: quando gli occhi sono contenti, l’opera è finita.
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